Oriana Fallaci, Lettera a un bambino mai nato, Bur, 1977

Non è una questione di femminismo, magari di religione, politica, filosofia ma sicuramente è un tema delicato: la maternità. In questo capolavoro di poetica e introspezione psicologica, la Fallaci descrive il momento in cui una donna si trova a dover fare i conti con un altro essere, che le appartiene e che la distacca dalla solitudina. Una creatura che nasce e cresce nel proprio grembo, che un giorno avrà un volto e un nome, un sogno e un sorriso, una vita felice o infelice il cui destino dipenderà particolarmente dalle impostazioni ricevute dalla propria madre, dalla sua capacità di amarlo e crescerlo.
Ma la vita può essere un dono o un’afflizione? Che vita potrà avere un figlio in un mondo che non dà certezze, in bilico tra precarietà e pregiudizi, guerre e consumismo. Il vero dono per questo bambino allora potrebbe essere quello di non farlo nascere. E chi decide? Queste e altre domande si pone la protagonista del romanzo, della quale non si sa nome, età, storia, ma soltanto che porta avanti la gravidanza avuta dalla storia d’amore con un uomo finita male. Ed è rimasta sola. Sola con il suo bambino, che mentre le cresce in grembo vorrebbe potesse parlare e al fine di chiedergli cosa desidera. Ma il piccolo non può parlare, forse non è ancora un bambino formato, e allora le pagine del romanzo scorrono veloci su questo monologo straziante sulla vita, la morte, la libertà di scelta. Il tentativo della donna è fare un discorso razionale su una materia di cuore, di passione, di impulsi e per questo il fallimento è dietro l’angolo. In un crescendo di drammaticità il monologo del flusso di coscienza della donna s’interrompe quando viene circondata dal compagno maschilista e assente, il medico ottuso, l’amica femminista, personaggi che fingono di conoscere la donna ma che mai si sforzano di capire cosa sta provando dall’alto del loro egoismo e cinismo. Così, da sola, la donna prende il coraggio di decidere: vita o morte? La sua scelta la porterà ad essere giudicata in un Processo in cui non ha un avvocato se non la propria coscienza. Vorrebbe che la sua creatura possa essere lì per difenderla, ma il piccolo non ha voce e a poco a poco il senso di angoscia e colpevolezza soffocherà anche la voce di lei.
La penna impeccabile di Oriana Fallaci con questo romanzo unico nel suo genere, ha dato prova di intelligenza poetica e lascia al lettore la possibilità di fare considerazioni sulla materia del libro, complicata e affascinante al tempo stesso, un problema irrisolto da secoli. Che sia una scelta da fare secondo un credo religioso, o politico, o materialista, la maternità rimane un universo unico e ineffabile, comprensibile forse solo da parte di quelle lo donne che lo vivono. E l’autrice è stata maestra anche in questo. Ha saputo cogliere le sfaccettature del pensiero femminile e maschile, portandole su carta, ingiallita dal tempo ma attuale come poche.

di Ilaria De Lillo [Visita la sua tesi »] [Leggi i suoi articoli »]

Condividi questa pagina