L'ultima sigaretta come sintesi della nevrosi zeniana

Continua il percorso su uno dei romanzi più importanti del nostro Novecento

Ultima sigaretta. Non è solo il tema di apertura del resoconto analitico di Zeno; è un concetto che segna l'inizio, lo sviluppo e la fine del primo vero capitolo, rivelando con una efficacia inconsueta il contraddittorio rapporto del paziente Zeno Cosini prima che con gli altri, con se stesso.
In anticipo su "Il Fumo" abbiamo due introduzioni: una del professore che l'ha preso in cura, l'altra dello stesso Zeno. Tre pagine in tutto; quanto basta al maturo Svevo per calare sul tavolo le carte a sua disposizione: la psicoanalisi, la malattia, la struttura "aperta", la mancanza di riferimenti oggettivi.
La brevissima prefazione che apre il romanzo dà voce al dottor S., un punto di vista di capitale importanza nell'economia complessiva del testo, sia perché rappresenta l'unica voce non filtrata dalle confessioni di Zeno, sia perché chiarisce la finzione narrativa che è alla base dell'opera, ossia un'autobiografia necessaria alla terapia. Questa pre-introduzione giustifica pertanto anche la forma, destrutturata e divagante, tipica del romanzo d'analisi1 e la mancanza di un centro di narrazione sicuro e affidabile: il dottore è il destinatario delle confessioni ma il legame tra i due è un anomalo, quanto improprio a fini terapeutici, rapporto di antagonismo.
La sfiducia reciproca è alla base dell'abbandono della cura e motivazione del raggiro linguistico e concettuale con cui Zeno ha infarcito le sue confessioni. Anche da parte del dottore si evidenzia un'ambiguità di fondo nel rapporto con il malato, di cui pubblica il manoscritto "per vendetta", sperando "che gli dispiaccia", e specificando con chiarezza il contenuto di "tante verità e bugie" accumulate.
L'antagonismo tra i due, insomma, non è univoco: la voce del romanzo è affidata a Zeno Cosini ma essa è viziata da un rapporto di diffidenza verso l'analista che lo dovrebbe curare, e il suo resoconto più che a rappresentare il primo passo di una creduta guarigione è l'occasione per confutare terapia e terapeuta. La biografia che ne viene fuori non potrà essere letta pertanto senza una buona dose di scetticismo per un protagonista che si racconta da parte in causa e per di più con dichiarati fini demistificatori.
Nella intensa sintesi dei primi due capitoli troviamo già esposti i temi centrali su cui verte l'intera vicenda: gli episodi rievocati non hanno alcuna pretesa di oggettività, è la percezione del protagonista/narratore che ne conferisce il carattere, ne scandisce i tempi, ne interpreta cause ed effetti facendo risaltare gli aspetti (a suo parere) più importanti, e tralasciando particolari ritenuti insignificanti o poco convenienti. La già conosciuta tecnica dell'introspezione sentimentale si arricchisce con il nuovo secolo delle folgoranti scoperte in campo medico-psicologico, proponendo per la prima volta, e sotto varie forme, il dramma inespresso della "coscienza borghese", ovvero la dissociazione dell'io e la conflittualità tra parti distinte della propria personalità2.
In questa prospettiva completamente schiacciata sull'individuo, l'uso della scansione temporale risulta stravolta rispetto ai canoni consueti del racconto e del romanzo: accelerazioni, pause, salti all'indietro, rallentamenti sono dettati solamente dalla percezione soggettiva.
Le poche parole del dottor S. si collocano cronologicamente alla fine di tutto il racconto, come atto finale e definitivo che trasforma il senso del manoscritto da lavoro rivolto ad un medico per fini terapeutici a libro di dominio pubblico stampato a scopo di lucro e di ricatto.
Il lettore è messo subito al corrente di "come è andata a finire"; il romanzo non vivrà pertanto in funzione di un finale ignoto e intrigante; l'interesse della storia che sta per iniziare verterà sui modi e sui perché, piuttosto che sull'azione e la concatenazione delle vicende.
La forma non tradisce gli auspici di struttura: i tempi grammaticali conoscono nel capolavoro sveviano una inconsueta libertà di espressione; il dottor S. fa sfoggio di un presente grammaticale (esordio con "io sono…") che non coincide con il presente usato da Zeno successivamente; lo stesso Zeno si muove con disinvoltura tra molti tempi passati, stratificati, intrecciati, giocati a diversa quota di profondità a seconda che a riferirne sia stata la memoria, la volontà di bluffare o la confusione della propria coscienza.
Molti critici hanno indicato questa originale scansione del tempo come "tempo misto" che toglie l'egemonia dell'ordinamento al calendario e trasferisce poteri di allocazione temporale ai ricordi, alle motivazioni, alle paure, alle reazioni inconsce.
Il preambolo, affidato alla voce narrante Zeno, conferma in tutto per tutto quanto emerso dal primo capitolo. La struttura frammentata del romanzo non è celata ulteriormente, e nell'affidare il racconto a Zeno, il riferimento cronologico compie immediatamente un salto a ritroso e si colloca all'inizio della terapia psicoanalitica.
Il carattere del personaggio ricalca, agli occhi del lettore, il giudizio formulato dal dottore che l'ha in cura: Zeno è un dispettoso malato, "curioso di se stesso", molto abile nel dissimulare, e capace di mescolare verità e bugia con tale maestria da rendere ogni sua affermazione credibile e sospetta al tempo stesso. Anche il suo approccio alla cura psicoanalitica si contorna di ambiguità: accetta le disposizioni del dottore ma poi fa da sé, acquistando e leggendo un libro di psicoanalisi che lo induce a seguire un metodo avversato dal suo medico (l'autoanalisi).
Con poche indicazioni – incrociando i punti di vista tra medico e paziente – Svevo sembra fornire al lettore la mappa con le indicazioni necessarie per non perdersi nella giungla della confessione zeniana, ricca di imboscate, trappole, false vie di fuga. Se nei precedenti due romanzi l'analisi interiore era stata solamente accennata e l'uso della terza persona, in qualità di "voce guida", poteva fugare ogni dubbio sulla esatta connotazione degli avvenimenti, qui il lettore resta solo: Svevo licenzia il Cicerone del suo viaggio nelle inquietudini dell'animo umano per sostituirlo con il linguaggio della scienza psicoanalitica, una bussola assolutamente indispensabile per orientarsi nel labirinto psicologico di Zeno.
Il quadro sarà composto solo al termine del resoconto, quando sarà ormai chiara al lettore la funzione di elementi quali la malattia, la menzogna, le dimenticanze e i sogni.
In sede di presentazione emerge un altro aspetto di prioritaria importanza, rafforzato anch'esso dalla originale idea della duplice introduzione apparentemente ambigua e contraddittoria, ovvero il rapporto tra narratore e protagonista.
Svevo ci parla attraverso Zeno anziano, il quale rammenta la sua vita proponendoci una figura dello Zeno giovane; sembra quasi vestire i panni del narratore distaccato ed affidabile quando interviene, "fuori campo", l'azione dell'autore Svevo a completare l'opera del narratore e a rivelare, finalmente, un profilo credibile, seppur non interamente manifesto, del protagonista:

"Il rapporto tra voce narrante e protagonista è serrato, dialogico, inquisitorio, fino a disvelare il volto segreto e più vulnerabile del personaggio: per fargli cadere la maschera, per mettere a nudo l'intricata matassa della sua vita interiore"3.

L'attenzione, del lettore, deve essere moltiplicata rispetto ai precedenti testi sveviani. Chi ci racconta i fatti, stavolta, è un personaggio ambiguo, niente affatto affidabile, in perenne bilico tra verità e menzogna, condizionato incessantemente dall'ansia di competizione, matrice della rivalità con il dottore e della sua insincera deposizione.
Ecco quindi il primo capitolo vero, giocato interamente intorno all'idea, banale e spietata, dell'incapacità di smettere di fumare. Seppur sganciato dal nucleo narrativo principale, la sezione denominata "Il fumo", ripercorrendo l'ambivalente rapporto del protagonista con la sigaretta, ci offre un quadro estremamente preciso del personaggio Zeno Cosini e delle sue peculiarità: a cominciare dal tipico rapporto di amore e odio, che segnerà molti momenti della vita, fino ad arrivare alle manifestazioni più ossessive del carattere: la malattia, la volontà di cura, l'ipocrisia, l'ironia.
La strategia narrativa dell'ultima sigaretta permette di ricostruire le fasi e gli episodi legati alla patologia del fumo e permette a Svevo di svelare in modo esplicito il doppio gioco che Zeno fa con la propria coscienza4.
Ben presto ci si rende conto infatti che la vera malattia non è il fumo, bensì l'uso strumentale che Zeno fa del proposito di smettere; sempre alle prese con "una sigaretta che non sarà mai l'ultima" utilizza quest'alibi per evitare un confronto con se stesso e la propria inettitudine:

"Adesso che sono qui, ad analizzarmi, sono colto da un dubbio: che io forse abbia amato tanto la sigaretta per poter riversare su di essa la colpa della mia incapacità? Chissà se cessando di fumare io sarei diventato l'uomo ideale e forte che mi aspettavo? Forse fu tale dubbio che mi legò al mio vizio perché è un modo comodo di vivere quello di credersi grande di una grandezza latente." 5

L'episodio della casa di cura costituisce l'aspetto più vistoso delle risorse inventive e creative di Zeno, della sua confusione tra verità, menzogna e automenzogna, della sua capacità di filtrare la realtà attraverso la lente distorta della propria coscienza, fino a disgregare le normali proporzioni delle cose, ingigantire il particolare minuscolo, trattare le inezie come fossero di vitale importanza e viceversa.
In questo senso l'intera vicenda narrata in "Il fumo" (all'inizio del romanzo sebbene cronologicamente al termine dell'amaro "trionfo finale") è illuminante: le cause veramente importanti che dovrebbero indurre Zeno a smettere di fumare – lavoro, famiglia – cedono di fronte alla causa immaginaria – la gelosia per la moglie – che lo induce a desistere.
Altro tema importante legato all'ultima sigaretta è quello delle porte aperte. Zeno non vuol chiudere la partita con se stesso e vuol rimandare continuamente il confronto, aggrappandosi morbosamente ad un'ultima possibilità che mantenga in piedi sia un proposito di futuro riscatto sia il piacere (reso ancora più intenso) della trasgressione: per un'ultima sigaretta, per un ultimo bacio, per un ultimo tradimento. Una condizione, l'instabilità delle situazioni, assolutamente essenziale per il protagonista de "La coscienza", incapace di assumere responsabilità – come aveva propriamente intuito il padre affidando il patrimonio al mediocre Olivi – e unicamente proteso a cercare nuove vie, verso un'improbabile esistenza finalmente "sana".
Ma esiste anche una dimensione "universale" nell'ossessione di Zeno per la sigaretta, riverberata dalla malattia stessa e dall'intero racconto: la focalizzazione sull'aspetto micrologico della psicologia umana si scopre metafora della vita e indicativo spunto per grandi valori e sensi globali.
Il rimando tra personale e generale, tra piccole miserie quotidiane e grandi inquietudini collettive, conosce il suo apogeo nel catastrofico finale; ma in un certo qual modo la conclusione era già contenuta nel primo episodio, nella simbolica ultima sigaretta. Scrive un accorto critico delle opere di Svevo, Claudio Magris: "l'universo borghese appare in tutto il suo terribile e seducente vicolo cieco della nervosa sigaretta di Svevo…"6

________________

1 G. Luti fornisce una definizione molto precisa: " Tipica esigenza della scrittura analitica, discontinua e frammentaria, è quella di perseguire, di voler raggiungere per successivi apporti una totalità, di ristabilire un senso globale e una continuità di vissuto. G. Luti (a cura di), Storia letteraria d'Italia – Il Novecento tomo 1: dall'inizio del secolo al primo conflitto mondiale, Padova, Piccin Nuova Libraria, 1989, p.346
2 Nella teoria freudiana la tripartizione in Io, super-io ed ES presuppone una continua tensione tra la componente puramente istintiva (l'ES) e quella puramente razionale che agisce da organo censorio (il super-io). Il risultato si identifica nell'Io che sancisce la personalità dell'individuo a livello cosciente. Il disagio della dimensione inconscia (ES) che non vede recepito il suo malessere e i suoi desideri, dà luogo alle malattie psicosmatiche di tipo nevrotico e a tutti quei fenomeni ben esposti da Svevo, che vanno dalle dimenticanze ai sogni, dagli errori ai lapsus. È l'azione del super-io invece, che fa emergere il senso di colpa e il rimorso.
3 Gino Tellini, Il romanzo italiano dall'Ottocento al novecento, Edizioni Bruno Mondadori, Milano, 1998, p.252-3.
4 L'atteggiamento di Zeno nei confronti del fumo è una trasposizione piuttosto precisa da Italo Svevo stesso. Come riporta Pietro Sarzana in un intervento su "l'indipendente" apparso nel 1890 l'autore triestino disse: "tutti noi, i fumatori, siamo convinti che il fumo non ci fa bene e non abbiamo bisogno di venirne convinti, ma continuiamo a fumare perché… o anzi senza perché.(…) E' naturale che con se stessi bisogna essere molto più indulgenti che con gli altri" Pietro Sarzana (a cura di), Italo Svevo Romanzi, Milano, Mondadori, 1985, p. 642
5 Pietro Sarzana (a cura di), La coscienza di Zeno in Italo Svevo - Romanzi, Milano, Mondadori, 1985, p. 657.
6 G. Luti, cit., p.349

di David Mugnai [Visita la sua tesi »] [Leggi i suoi articoli »]

Condividi questa pagina