Andrea Bajani, Mi riconosci, Milano, Feltrinelli, 2013, pp. 143.

Una citazione di Rilke dei Sonetti a Orfeo: «Mi riconosci, tu aria, piena ancora di luoghi un tempo miei?» matrice del titolo di questo romanzo, monumento di amore amicale verso il maestro Antonio Tabucchi

Mi riconosci è un libro breve, composto di 22 agili capitoletti (tre quattro pagine al massimo, talvolta poco più di una pagina) e un epilogo. È un libro, si direbbe, scritto a caldo. L'efficacia della narrazione è anzi legata anche al fatto che, tra romanzo, diario e celebrazione di un sentimento, esso sembra scaturito nell’immediatezza dell’evento, senza cioè che sia sopravvenuta poi una fase di mediazione e di rielaborazione. Quella che Bajani riporta non è, infatti, la storia puntuale di un’amicizia, durata quattro anni, tra l’autore (lo scrittore giovane) e Antonio Tabucchi (lo scrittore maturo), ma la cronaca quasi giornalistica degli ultimi giorni dell’amico che si allontana verso la morte. Vi si racconta la vicenda di un uomo come tanti che in pochi mesi passa dalla pienezza della vita al disfacimento fisico per effetto del cancro, che non si accontenta di privare la vittima della vita, ma la trasforma, ne altera i tratti, rendendola irriconoscibile a se stessa («Ora mi stavi davanti, ridotto quasi agli occhi»). Se si escludono i flash-back che ripercorrono alcuni avvenimenti precedenti, il nucleo centrale della storia si focalizza, con scelta vincente, sugli ultimi giorni e sul funerale di Tabucchi.
L’epilogo, significativamente intitolato Dopo (gli altri capitoli riportano solo il numero d’ordine in lettere), narra un episodio successivo di appena due mesi al funerale: l’incontro dell’autore con la moglie di Tabucchi a Vecchiano.
Bajani sa raccontare la fine triste e malinconica dell’amico scrittore con frasi scarne, concise e incisive, senza cadere nel rischio, come è facilissimo che avvenga per tali argomenti, della banalità o del patetico. Il libro riesce così a toccare corde profonde nell’animo del lettore, perché racconta fatti e sensazioni in cui molti possono riconoscersi, anch’essi testimoni del declino e della scomparsa di un parente o di una persona amica. Chi non si è scontrato, in questi casi, con il rifiuto da parte dell’amico morente di essere visitato? Bajani rende benissimo questa situazione conflittuale: da una parte il diniego e il pudore di mostrarsi cambiato, trasfigurato dalla inesorabile malattia («Non volevi che ti vedessi per come eri diventato, la magrezza, la fatica, il non riconoscersi allo specchio»), dall’altra la volontà, l’ostinazione, di portare l’ultimo saluto («Per questo ho deciso che dovevo salutarti»). E nella condivisione della sofferenza lo scrittore trasmette il forte sentimento che lega l’uno all’altro, che emerge tutto, pur con qualche ombra («Volevi colpire, incattivito contro i vivi, contro chi restava in mezzo al tempo, mentre il tuo andava veloce verso il filtro. Volevi far male. E quando la pietra mi aveva colpito avevo sentito dolore. Per non provare odio allora avevo provato tanta pietà, per te, ed è stato lì che hai cominciato a finire»).
È una scrittura persuasiva, nervosa e scattante, che ‘si inceppa’ talvolta nell’uso del dialogo, spesso introdotto solo con l’iniziale maiuscola della prima parola del parlato: una scelta ‘moderna’ che costringe non di rado il lettore a un inevitabile sforzo di comprensione. È naturale, peraltro, che in una materia di tal genere non manchino passaggi di struggente liricità, se la narrazione è attraversata dal sentimento della caducità della vita, della fragilità e piccolezza dell’uomo. Si veda l'incipit, scabro ed eloquente, del capitolo Ventidue, dove l'autore presenta il momento successivo alla cremazione: «Sei dovuto passare attraverso il fuoco, per arrivare fin lì dentro la tua scatola issata su uno sgabello in mezzo al cimitero».
E tuttavia non si tratta solo di un libro funebre, di commiato o di elaborazione del lutto; è anche un libro che celebra la poesia e la letteratura come tramiti tra i più alti della comunicazione fra gli uomini. Il titolo è tratto da un verso di Rilke che viene riportato in esergo. Alla fine del capitolo Dodici l’autore informa che quel verso «Mi riconosci, aria, tu piena ancora di luoghi un tempo miei?» gli era stato inviato con un messaggio sul cellulare da Tabucchi, dopo una sua visita a Lisbona, per significargli che là, in Portogallo, «si sentiva in maniera molto netta che eri passato di là». Ma quel titolo e quel verso hanno un significato più profondo: alludono alla vita, all’arte e alla morte dello scrittore. Perché la poesia di Rilke (sonetto I della seconda parte dei Sonetti a Orfeo) parla del respiro come poesia: «Respiro, tu invisibile poesia!», recita, in effetti, il primo verso. Non può essere una coincidenza che il tema del respiro, anche in considerazione della malattia polmonare di Tabucchi, sia evocato più volte nel racconto di Bajani: e sia evocato anche nella figura di parole ‘ariose’ che passano da uno all’altro, aprendo spiragli, suggerendo inedite possibilità. Così, ad esempio, nel capitolo Sei: «Tu mi ascoltavi, e di colpo mi sembrava ti avessero spalancato le finestre, che finalmente potessi respirare», o nel capitolo Ventuno: «Per tre ore te le sei prese tutte [le parole dette da Bajani] con un'espressione beata, come fossero aria che ti accarezzava il viso, e più te le soffiavo addosso, più mi sembrava che un poco ti gonfiassi, che crescessi di misura sopra il letto».

Ascolta l'intervista a Andra Bajani sul Canale letterario della Rai

di Gian Cosimo Grazzini [Visita la sua tesi »]

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