La menzogna e la malattia: i tòpoi principali dell'autobiografia

Alfonso Nitti ed Emilio Bretani, i predecessori di Zeno nella trilogia sveviana, anch'essi "inetti velleitari, presuntuosi piccoli borghesi dalla coscienza sporca"1, pagavano un dazio altissimo nel loro incontro/scontro con il mondo reale: la non conoscenza di sé! E da inconsapevoli sono usciti sconfitti; sono stati soverchiati l'uno dal rigido formalismo delle convenzioni sociali, l'altro dalla violenza e dal cinismo delle relazioni interpersonali. Il borghese Zeno Cosini, triestino e attanagliato da insicurezze esistenziali esattamente come gli altri, si avvale della preziosa lezione del dottor Sigmund Freud: lui è consapevole, "è un Alfonso-Emilio che è giunto vecchio alla "coscienza" di sé2.
Perfettamente informato della conflittualità latente che agita la propria coscienza, Zeno insegue costantemente un comportamento che gli permetta di far quadrare il cerchio: attraverso la menzogna "aggiusta" esteriormente le incongruenze del proprio comportamento; attraverso la malattia "aggiusta" interiormente le incongruenze della propria moralità.

La menzogna
La menzogna è utilizzata, nell'intera autobiografia, da parte del "doppio" Zeno con duplice funzione: raggirare gli altri e mentire a se stesso.
Nel terzo capitolo, quello incentrato sul tema del fumo, il campionario è quasi completo: prima inventa l'insincero ricorso all'ultima sigaretta "le mie giornate finirono coll'essere piene di ultime sigarette e di propositi di non fumare più" – poi a livello di sub-coscienza ammette- "penso che la sigaretta abbia un gusto più intenso quando è l'ultima". Qui siamo nel campo della verità, ed è lo Zeno narratore a pronunciarla.
Lo stesso gioco viene ripetuto in clinica dove si fa rinchiudere per smettere di fumare, inventa un falso problema, e infine, con l'astuzia che gli è propria, fugge. Ed è pienamente consapevole della sua menzogna, sia verso se stesso (il già citato "Chissà se cessando di fumare io sarei divenuto l'uomo ideale e forte che m'aspettavo?") sia verso l'infermiera Giovanna ("già feci, io con quel minimo di ipocrisia che occorreva per ingannare la poverina (…) ipocritamente dissi che il giorno seguente volevo che mi procurasse del buon vino"3).
Nei capitoli successivi l'uso della menzogna acquista una consapevolezza più cupa: finisce la giocosità del raggiro e si inaugura la sofferenza del sotterfugio, del senso di colpa, dell'ansia di vendetta o assoluzione. In tutte le pagine della sua confessione Zeno va alla ricerca di un capro espiatorio o di responsabili o di cause esterne. Il lettore si ritrova così introdotto ad un altro subdolo livello di incertezza: accanto alla narrazione (soggettiva) di un eroe dichiaratamente mendace si affianca adesso un sottile e probabile strato di ipocrisia del narratore ansioso di giustificarsi agli occhi del proprio "io" conosciuto e temuto.
Zeno rievoca le fasi salienti della sua vita con interpretazioni piuttosto sospette. Per esempio nel caso della morte del padre, definito da lui stesso "una vera grande catastrofe", "l'evento più importante della mia vita", abbondano le circostanze traviate dal racconto e dissimulate da una volontà più o meno inconscia di ingannare. A partire dall'antagonismo con il padre, appena attenuato nei giorni della malattia, per giungere fino all'incidente sul letto di morte: lo schiaffo ricevuto dal genitore, gesto finale ed "eternizzato" del loro rapporto, privò Zeno di qualsiasi possibilità di riscatto, di qualsiasi opportunità di innocenza.
Non gli restò altra cosa da fare che giustificarsi mentendo "Non è colpa mia! Fu quel maledetto dottore che voleva obbligarti sdraiato"; ma ormai è tardi e la non riuscita assoluzione gli peserà sempre come un macigno irremovibile. In questo caso lo Zeno narratore è sincero e ammette "era un bugia".
Generalmente il processo mentale che supporta il ping pong drammatico tra coscienza e mondo reale segue una direttrice costante: al fatto o comportamento deprecabile, per i canoni accettati dalla morale borghese (p.e. l'adulterio, il non amore al padre, la pulsione omicida verso il cognato, l'amore per la cognata ecc.), segue un' autogiustificazione in agenti esogeni e/o contingenti per concludersi in una patetica dichiarazione di buon proposito, a garanzia della buona fede dell'imputato e soprattutto utili per contenere le convulsioni inquiete dell'inconscio. Il trucco non riesce, come vedremo approfonditamente parlando della malattia, e le menzogne si devono moltiplicare per tenere insieme un quadro che produce crepe in ogni parte.
Il matrimonio con Augusta è un prodotto di questa ambiguità, di questo doppio gioco che gli è sfuggito di mano; il capitolo denominato "Storia del mio matrimonio" è zeppo di gaffes, di errori, di bugie andate a cattivo fine. Il risultato viene fallito miseramente (Ada si innamora di Guido, un giovane più capace di Zeno) e allora per ricoprire le crepe prodotte da mesi di menzogne il povero Cosini si inventa la bugia più grossa: chiede la mano della sorella brutta dopo averla chiesta, rifiutato, alle altre due sorelle di casa Malfenti in età di matrimonio (non solo Ada ma anche Alberta appena diciassettenne).
I vari strati su cui si dispone il campionario di bugie rende il lettore particolarmente attento e scettico. Come è già stato accennato esiste anche un falso celato a livello della narrazione, ben più difficile da individuare ma forse addirittura più significativo delle falsità "riconosciute".
Pietra angolare del mancato equilibrio psicologico e dell'intreccio non casuale tra gli episodi che costituiscono il nucleo principale del romanzo (matrimonio, adulterio, attività commerciale), è infatti l'amore mai sopito verso Ada. Sempre negato, sia dal comportamento esteriore sia in sede di confessione, è confutato con insistenza e chiarezza dai troppi errori, ricordi sbagliati, sogni e lapsus.
Lo stesso discorso vale riguardo l'antagonismo e l'astio per Guido, solo apparentemente accantonato al momento del doppio matrimonio e invece riemerso con grande evidenza nell'episodio dello scambio del funerale.
Si entra in un labirinto di false convinzioni, tutte collegate tra sé; il riflesso all'autoinganno su Ada è la ipocrita, e troppo spesso ribadita, mutata relazione con Augusta: "io amo Augusta com'essa amava me; se essa sapesse quanto io ami mia moglie…" (benché talvolta corredata di qualche dubbio: "mi chiedo se fosse stato vero amore, e me lo chiedo ancora").
Ancor di più colpisce la tensione creata dalla relazione extraconiugale che non riesce a trovare nell'animo di Zeno la serenità per accettare la sua condizione di adultero o di abbandonare tutto e affiliarsi ai canoni della morale.
Il borghese Cosini inizia una lunga e faticosa arrampicata sugli specchi della falsità: maggiore è l'attrazione per Carla maggiore è l'affetto per Augusta; ogni tradimento è accompagnato da un proposito di futuro rientro nei ranghi, ma è un film già visto. Come per l'ultima sigaretta il proposito è solo un escamotage per beffare la propria coscienza, un tentativo – fallito – per salvaguardare di fronte alla morale borghese il "torbido" conseguimento del piacere edonistico.
La somatizzazione è un atto di auto-espiazione che viene spesso associata a una falsa promessa di futura redenzione in modo da purificare la coscienza e rivalutare la propria condotta: non più ipocrita doppiogiochista bensì povero malato oppresso dal mondo e "costretto" dagli eventi a qualche innocente contravvenzione alla moralità condivisa.

La malattia
Intimamente legata alla infinita ridda di bugie, propositi e falsità, la malattia di Zeno Cosini rappresenta il fulcro del romanzo nonché la motivazione stessa della sua esistenza. Montale definì il protagonista/narratore del terzo libro di Svevo come "abulico e malato immaginario di molti mali"4. Ma è lo stesso Zeno a riferire di quando la moglie lo considerò malato immaginario di fronte all'amico Coopler, malato vero ("Augusta si mise a ridere di cuore e dichiarò ch'io non ero altro che un malato immaginario").
D'altra parte è indubitabile la consapevolezza, in Zeno, della dinamica del proprio malessere:

"…i suoi nervi erano ridotti così da accusare una malattia quando non c'era, mentre la loro funzione normale sarebbe consistita nell'allarmare col dolore e indurre a correre al riparo"5

La puntualizzazione non è di poco conto, secondo Luti

"Il tema del dolore come segnale del trauma della coscienza, di un assillo psichico, è tra gli apporti più originali del libro, perché aggiunge all'ottica analitica un'ulteriore sensibilità psicosomatica"6

Ma Svevo introduce un ulteriore aspetto alla insondabile creatività della psicologia umana, qui rappresentata dal mediocre Cosini. Il protagonista infatti si servirà proprio della per fabbricare pretestuosamente l'alibi rispetto ai sensi di colpa e ai rimorsi che la sua condotta inevitabilmente comporta. Nelle pieghe del racconto emerge questa rispondenza, piuttosto precisa, tra propositi e/o azioni e conseguenze fisiche. E' nel capitolo del matrimonio che Zeno risale alle origini del dolore fisico e racconta dettagliatamente come, per analogia e quasi per contagio, abbia contratto, in seguito al colloquio con Tullio, il dolore che lo costringerà a zoppicare. È nella rocambolesca serata della triplice proposta di matrimonio che l'aspra concorrenza con Guido mette in luce la relazione tra situazione psicologica e malessere fisico: umiliato di fronte a tutti a causa della caricatura sarcastica di Guido, Zeno accusa un dolore che si estende dall'anca e all'avambraccio destro. Dopo, sul punto di uccidere il futuro cognato, durante la passeggiata notturna al termine della serata a casa Malfenti, il dolore si riacutizza impedendogli quasi ogni movimento. In veste di narratore ammette: "Sapevo perché mi lamentavo: perché avevo voluto uccidere e forse, anche, perché non avevo saputo farlo".
La serie potrebbe continuare a lungo ma non aggiungerebbe molto al significato che la micidiale mistura di bugia e sindrome nevropatica vuol offrire al disorientato lettore.
La Coscienza di Zeno non è un capo d'accusa al cittadino Cosini; casomai è una metafora della condizione generale e generalizzabile del piccolo borghese abbacinato dai finti luccichii del progresso economico, tecnologico e culturale. Svevo, scriverà qualcuno, "squarcia le sicurezze della società borghese, mette a nudo la dissociazione dell'io senza offrire vie d'uscita".
Serviva qualcuno che personificasse le contraddizioni della coscienza dell'uomo moderno e la scelta è ricaduta, nella fantasia e nella penna dello scrittore/imprenditore Schmitz/Svevo, nel triestino Zeno Cosini, esponente mediocre e modesto della media borghesia imprenditoriale in ascesa. Sebbene ritenuto inetto, a classificazione e distinzione da una parte di società, a quanto pare ancora "normale", Zeno non sviluppa elementi di eccezionalità; lui amplifica quegli aspetti "oscuri" comuni a tutti, ma non inventa nulla.
Ad esempio l'atteggiamento tenuto da Zeno nei momenti critici ricalca una delle più classiche forme di contraddittorietà senza via d'uscita della psicologia umana: se vengono soddisfatte le pulsioni "istintive" e inconsce (per il Cosini il vizio del fumo e l'amore per altre donne) la trasgressione del codice morale accettato produce il senso di colpa (oltre che l'astio dei concittadini); se viceversa non vengono soddisfatti questi desideri "inconfessabili" si manifesta un senso di frustrazione e di rabbia.
Nel caso de "La Coscienza" sono indicativi gli episodi che contengono le imposizioni mediche al non fumare e la reazione alla brusca interruzione del rapporto con Carla:

"Mia moglie si congedò da me insieme al dottore. Mi disse sorridendo: "giacché hai deciso così. Sii forte". Il suo sorriso che io amavo tanto mi parve una derisione e fu proprio in quell'istante che nel mio animo germinò un sentimento nuovo che doveva far sì che un tentativo intrapreso con tanta serietà dovesse subito miseramente fallire. Mi sentii subito male, ma seppi cosa mi facesse soffrire soltanto quando fui lasciato solo. Una folle amara gelosia per il giovine dottore. Lui bello, lui libero!".
E ancora, dopo l'addio di Carla: "Il mio desiderio si condensò in una bile furiosa (…) dovevo fare qualcosa. Non potevo mica aspettare e soffrire così ogni giorno!" 7)

Non vorremmo dare a Zeno un aspetto troppo negativo; la sua capacità di comprendere la natura dell'uomo, inclusa la sua miseria morale, lo rende oltre che spregiudicato nell'intessere rapporti con gli altri, anche disincantato nei confronti delle vicissitudini umane. Il suo approccio alla vita non è drammatico, l'amarezza e l'egoismo sono annacquati nell'umorismo8, stemperati nell'ironia e nell'autoironia così da dissacrare l'elemento tragico e squallido e smantellare ogni possibilità di (pre)giudizio moralistico per comportamenti e desideri dei protagonisti.
Non si troverà mai in Zeno la spocchia del giudice o l'arroganza del saccente; l'ultimo personaggio di Svevo condivide con gli altri la scoperta dell'inconscio e la mediocrità, ora più evidente che mai, dell'uomo moderno.
Zeno sceglie, come conseguenza logica di questa consapevolezza, di convivere con la nevrosi, attribuendo alla vita stessa il carattere di malattia e accettandola pertanto come inevitabile.


1 Gino Tellini, Gino Tellini, Il romanzo italiano dall'Ottocento al Novecento, Edizioni Bruno Mondadori, Milano, 1998 p.253
2 Ibidem, p.260
3 Pietro Sarzana (a cura di), Italo Svevo Romanzi, Milano, Mondadori, 1985, p.674-5.
4 Montale, Il Secondo Mestiere prose 1920-1979 a cura di G. Zampa, Milano, Mondadori, 1996, p.112.
5 Pietro Sarzana, cit., p.831
6 Luti G. Luti (a cura di), Storia letteraria d'Italia – Il Novecento tomo 1: dall'inizio del secolo al primo conflitto mondiale, Padova, Piccin Nuova Libraria, 1989, p.350. La conversione del disturbo psichico in dolore fisico è un classico della psicoanalisi freudiana e viene definita "compiacenza somatica" a ribadire l'uso strumentale (benché involontario) del "malato".
7 Pietro Sarzana, cit., p.668-9 ; p.933
8 Spesso le sue bugie sono addirittura grottesche, come l'episodio della cerimonia nuziale: arrivato in ritardo per alcuni intenti di mandare all'aria tutto si inventa tre scuse, troppe e troppo diverse per essere credibili. A cui se ne aggiunge una quarta "la migliore di tutte" meditata nel corso della cerimonia e causa del suo distratto assenso alle domande del parroco.

di David Mugnai [Visita la sua tesi »] [Leggi i suoi articoli »]

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