Lolita: il romanzo, il film

Un confronto tra la resa cinematografica e l'originale controverso romanzo che ha segnato l'amore di una ragazzina e un cinquantenne

Il film Lolita, diretto dal regista Stanley Kubrick, uscì nelle sale cinematografiche nel giugno del 1962: è la trasposizione dell’omonimo romanzo di Vladimir Nabokov, pubblicato nel 1955 in Francia, presso la piccola casa editrice dell’Olympia Press. In America uscì solo tre anni dopo, la causa di questo ritardo fu ovviamente la censura rispetto al tema trattato, vale a dire la morbosa relazione tra una dodicenne un uomo di cinquant’anni.
Quando nel 1960 Kubrick pensò di portare Lolita al cinema, decise di avvalersi della diretta collaborazione dell’autore del romanzo, il quale si occupò personalmente di scrivere la sceneggiatura. Un primo risultato fu un testo di oltre 400 pagine, pari all’incirca all’ampiezza del romanzo stesso. Una sceneggiatura del genere avrebbe significato una proiezione di sette ore, dunque venne scartata sia dalla produzione sia dal regista e Nabokov dovette impegnarsi per ridurla notevolmente. Quando assistette alla prima del film, pur riconoscendo i meriti del regista e degli attori, si rese conto di una certa infedeltà rispetto alla sua opera.

È un fatto, dunque che, per quanto si possa amare il film di Kubrick, sia pressoché inevitabile avvertire una certa mancanza nei confronti del romanzo. È comunque difficile biasimare il regista, considerando il fatto che si è dovuto confrontare con un’opera considerata - allora come oggi - un capolavoro. Tanto più che si tratta di un romanzo di dimensioni notevoli e di un’intensità tale da renderne molto difficile la riproduzione cinematografica, dove l’immagine deve rendere i sentimenti e le emozioni, così ben raffigurate dalle parole, e deve farlo in un arco di tempo relativamente limitato.
Soprattutto non bisogna dimenticare che la censura, già causa di problemi all’epoca della pubblicazione del romanzo, giocò di nuovo un importante ruolo durante le riprese.
Uno degli elementi in cui il film si discosta fortemente dal romanzo sembra essere la debole costruzione psicologica dei due personaggi principali: Humbert Humbert, interpretato da James Manson, e Lolita, Sue Lyon. Nel romanzo infatti, pur riconoscendo la natura deviata del sentimento di Humbert per la giovane ninfetta, il lettore difficilmente prova antipatia o odio verso questo personaggio. Al contrario capita più volte di avvertire un moto di compassione o addirittura di trovare piacevole la sua ironia. Se questo accade è perché l’autore ci rende partecipi del vissuto di Humbert, di tutta la sua storia antecedente l’incontro con Lolita: più di quaranta pagine nella prima parte del romanzo sono dedicate proprio a questo. Il testo sembra quasi suggerire una possibile interpretazione circa le cause che hanno spinto Humbert alla sua perversione e, se non lo fa, ce ne dà almeno le premesse raccontando di quell’amore adolescenziale vissuto con la coetanea Annabelle e poi del trauma che Humbert subì in seguito all’improvvisa morte di lei. Si parla di come, da quel momento in avanti, egli non abbia fatto altro che cercare la sua Annabelle in altre ragazzine tra i dodici e i quattordici anni e di come si sentisse attratto da loro. Ma l’autore racconta anche del disagio di Humbert di fronte a quella che riconosce lucidamente come una pulsione sbagliata e, per questo, sempre tenuta a freno. Humbert si definisce un pervertito, cerca in ogni modo attraverso la ragione di frenare i suoi impulsi, è consapevole che questi sono il frutto di una deviazione, tant’è che ad un certo punto pensa di poter guarire conducendo una vita più convenzionale e sposando Valeria. Ma questo suo continuo reprimersi lo porta a diversi esaurimenti nervosi.
Il lettore conosce il vissuto di Humbert, e sa che il suo sentimento per Lolita non è solamente attrazione, ma vero e proprio innamoramento che gli causa enormi sofferenze sempre con l’animo diviso tra l’amore e la ripugnanza che prova verso se stesso. Per questo il lettore finisce con l’avere compassione di Humbert e, a volte, a sorridere delle sue battute.

È invece più difficile empatizzare con Lolita, per via di come spesso si mostri così dura e fredda nei confronti di Humbert. Infondo è lei, per una buona parte del romanzo almeno, a fare il bello e il brutto tempo con il suo amante-patrigno, è lei a sedurlo, chiaramente, ed è sempre lei che poi se ne allontana.
Nel romanzo entrambe le figure sono, dunque, ben delineate. Non si può dire lo stesso per il film. Senza tutti i retroscena l’Humbert cinematografico appare quasi esclusivamente – e in maniera riduttiva – come un semplice pervertito, la sua sofferenza e il suo animo combattuto non sono sufficientemente evidenziati (salvo poi nel finale quando James Mason dà magistralmente sfogo alle lacrime del suo personaggio). Ma manca ancora molto: che ne sa lo spettatore cinematografico del dolore che Humbert prova per i quattro anni in cui perde completamente le tracce di Lolita? Che ne sa della sua frustrazione e della sua ossessione? Pressoché niente, perché di quegli anni nel film non vi è alcun riscontro.

Altro elemento in cui il regista ha dovuto, inevitabilmente, porre dei tagli è quello dei due viaggi di Humbert e di Lolita in giro per i motels americani. In particolare il primo è importante, perché è quello che evidenzia maggiormente il tentativo disperato e impossibile di Humbert di raggiungere la sua Lolita e di essere amato lei. Come scrisse Pietro Citati il viaggio «non è altro che questa disperata caccia a Lolita seduta accanto al posto di guida, ma che fugge ogni minuto: questo inseguimento alla giovinezza sconfitto in partenza» (P. Citati, Introduzione a Lolita, Mondadori, 1970, p.11). È nel viaggio che si delinea l’evoluzione dei personaggi e del rapporto che intercorre tra loro. Se inizialmente, infatti, si ha l’impressione che Lolita ricerchi con un interesse più sincero e spontaneo Humbert, con il passare del tempo, durante il loro sferragliare per le strade degli Stati Uniti, diviene evidente la sua crescente insofferenza. A questo si aggiunge nel libro una maggiore attenzione allo stato d’animo che accompagna i due personaggi durante la loro relazione. Lolita, certo, continua ad essere la ragazzina maliziosa e scaltra che è apparsa fino a qui, ma in alcuni momenti si mostra anche sotto un’altra luce. Fuggevolmente, ma significativamente, si parla della sua sofferenza per una vita fatta di rigide regole e restrizioni su tutto ciò che una normale adolescente vorrebbe fare e, probabilmente, anche per un rapporto che diventa via via un obbligo, l’unica vita possibile, forse (dal momento che oltre ad Humbert non le rimane più nessuno), ma pur sempre innaturale e dolorosa. Nel romanzo Humbert parla dei «singhiozzi di Lo nella notte – ogni notte, ogni notte – non appena io fingevo il sonno». Ogni notte, inesorabilmente, Lolita piange, nell’unico momento della giornata in cui può essere realmente se stessa, e Humbert la sente e lo sa, ma non è capace di lasciarla andare. Il loro legame si basa sempre più sul condizionamento psicologico: nel libro si accenna più volte alle minacce che Humbert usa per tenere Lolita legata a sé, ad esempio quando le spiega: «La minorenne che consente a un individuo di età superiore ai ventun anni di conoscerla carnalmente, fa sì che la sua vittima venga considerata colpevole di stupro, o di sodomia di secondo grado, a seconda della tecnica impiegata; e il massimo della pena prevista è di dieci anni. Ragion per cui io vado dentro. Sta bene. Vado dentro. Ma che cosa accade a te, orfana mia? Bé, tu sei più fortunata. Vieni affidata al Dipartimento della Salute Pubblica… e ciò, temo, suona un po’ squallido. […] a te, felice bambina abbandonata, verrà data la facoltà di scegliere tra varie dimore, tutte più o meno uguali, la scuola correzionale, il riformatorio, il carcere per minorenni […]». E poco più avanti nella stessa pagina: «A furia di insistere su questi concetti, riuscii a terrorizzare Lo […]». Si accenna poi spesso al fatto che Humbert, pur di ottenere dalla sua Lo ciò che desidera, le dà del denaro e la ricopre di regali. Ciononostante Lolita non è mai solo una vittima, è anche colei che approfitta dell’ascendente che ha verso l’amante-patrigno per avere dei piccoli vantaggi nella sua quotidianità. Ma ciò che Humbert le dà non le può bastare.
Tutto questo genera una sempre maggiore frustrazione da parte di Lolita e una profonda insofferenza nei confronti del patrigno, verso il quale cela un grande rancore. È una lunga evoluzione che nel film non trova spazio, e che comincia proprio con il primo viaggio. Non viene mostrato nulla al di là delle due tappe fondamentali, quella della prima notte passata insieme dopo il campeggio e quella successiva alla scoperta di Lolita della morte della madre. Poi troviamo subito i due protagonisti a Beardsley. In questa città la situazione si esaspera ogni giorno di più, in un crescendo che, nel romanzo, giustifica pienamente la furiosa litigata dei due amanti. Si tratta di uno dei momenti più drammatici della narrazione, con Humbert che vede scappare via in bicicletta la sua Lolita e la disperazione che prova all’idea di averla persa definitivamente. E poi il suo correre sotto la pioggia che imperversa come un diluvio universale – quasi un presagio di ciò che accadrà nei mesi successivi – nel tentativo di ritrovarla.
Ma è nell’atmosfera che si respira, negli equilibri delle parti, nel significato che acquisisce la relazione tra Humbert e Lolita, che il film si discosta maggiormente dall’originale letterario. La ragione è da ricercare, a mio avviso, nelle imposizioni della censura che devono aver fortemente influito nelle scelte di regia e sceneggiatura. Tutto nel film appare meno scabroso e più edulcorato rispetto al romanzo, a partire dalla prima notte che Lolita e Humbert trascorrono all’albergo “I cacciatori incantati”. Il pubblico dell’epoca, probabilmente, non era pronto ad assistere al diabolico piano notturno di Humbert, per questo la regia passa direttamente al mattino successivo, quando Lolita gli propone un “giochetto” e da quel momento è sottinteso che i due siano diventati amanti. Ma nel romanzo Humbert ha un progetto al quale aveva iniziato a pensare molto tempo prima, e testato già sulla povera Charlotte. Consisteva nel somministrare a Lolita un mix di sonniferi tale da far crollare un cavallo, in quel modo, con la ragazzina addormentata, avrebbe potuto sfogare un po’ del suo desiderio, pur lasciandola illibata. Tuttavia il piano non gli riesce come avrebbe sperato e, sorprendentemente, sarà proprio Lolita a fare ciò che lui non aveva osato.
La censura ha agito anche nelle descrizioni dei rapporti fisici tra Humbert e Lolita, riguardo ai quali, nel film, non ci sono né allusioni né esplicite scene erotiche. La massima espressione della sessualità che si consuma fra i due è rappresentata dal momento della verniciatura delle unghie dei piedi di Lolita.
Anche per ciò che riguarda il contrastato rapporto tra Lolita e la madre, esistono microscopiche differenze. Il libro lo approfondisce maggiormente, raccontando della morte del primo figlio di Charlotte: si evince che la tragedia possa averla portata a riversare il suo rancore e il suo dolore sulla figlia rimasta in vita, Lolita appunto. Di questo nel film non si trova nemmeno un accenno. Inoltre, nella versione cinematografica, anche il matrimonio tra la Haze e Humbert è trattato più sbrigativamente e posto sotto una luce totalmente ironica; nel romanzo non manca invece una certa dolcezza con la quale Humbert affronta alcuni momenti della vita coniugale, guardando la moglie con un occhio meno derisorio, esclama infatti: «Davvero non saprei dirvi quanto fosse cara, e commovente, la mia povera moglie». Ciò non impedisce comunque ad Humbert di progettarne l’omicidio, ma anche in questo caso il contesto è completamente diverso: nel film l’idea gli viene casualmente dopo una grossa litigata con Charlotte, quasi come se il destino avesse voluto fornirgli l’occasione per liberarsene: egli, infatti, si trova sotto gli occhi la pistola appartenuta all’ex marito. Nel romanzo, invece, immagina di affogare la moglie: i due si trovano al lago durante una gita di piacere, e questa volta non c’è nessun litigio ad esasperare Humbert, l’idea risulta dunque più premeditata. Però non trova il coraggio di fare ciò che ha pensato e in seguito “Mc Fato” – come lo chiama Humbert – gli renderà le cose più semplici, facendo finire la povera signora Haze sotto una macchina. Anche questa scena risulta più motivata nel libro, dove si legge che Charlotte attraversava la strada per andare ad imbucare tre lettere da lei scritte subito dopo aver trovato il diario del marito e, dunque, aver scoperto la vera natura dei suoi sentimenti per Lolita. Nel film avviene tutto più velocemente, Charlotte non scrive nessuna lettera e il suo incidente è così connotato da una certa ambiguità (perché si trovava in strada?) per cui si potrebbe addirittura sospettare un suicidio.
Il regista Kubrick, ad ogni modo, riesce a superare ottimamente la difficile prova di trasformare in film un romanzo così complesso e controverso. Nonostante le omissioni sopra citate, lascia il segno con espedienti, primo fra tutti l’idea di anteporre l’omicidio di Quilty – l’uomo responsabile della fuga di Lolita – all’inizio del film: è una sequenza costruita straordinariamente e crea una forte attesa rispetto a ciò che accadrà in seguito.

di Diletta Bosso [Visita la sua tesi »] [Leggi i suoi articoli »]

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