La velata egemonia del tempo nell'Infanzia berlinese di Walter Benjamin

Erano i primi anni '30 del '900 quando Walter Benjamin cominciò a dipingere i quadretti con cui avrebbe allestito la mostra sulla sua infanzia. Eppure non era un artista o, meglio, non era un pittore. Ma chi potrebbe negare che quei frammenti di esistenza sottratti al tempo somiglino a piccole raffigurazioni che accendono nel lettore la luce sulla vita, il carattere, la famiglia, la città abitata e, in generale, gli eventi vissuti dal Benjamin fanciullo. Una mostra pittorica più che una biografia; una sequenza di rappresentazioni che stimolano l'attività dell'immaginare, coinvolgendola in processo di creazione di personaggi, situazioni e scene che inizia con Le Logge e finisce con L'omino con la gobba. Trenta micro-visioni compongono l'edizione italiana di Infanzia berlinese intorno al millenovecento, edita da Einaudi nel 2007, la quale rispetta la sistemazione trasmessa da Herrmann Sweppenhäuser, che a sua volta è fedele alla rinnovata e approfondita revisione che l'autore stesso compì nel 1938. A queste l'editore italiano ne aggiunge dodici in appendice, tratte da edizioni precedenti.

L'opera offre al lettore l'occasione di un tuffo nel passato di una città, Berlino, che in un vicino futuro sarebbe stata afflitta dall'onta guerresca; un viaggio nel Westen della città agli inizi del XX secolo dove quello che sarebbe diventato l'intellettuale sempre sulla soglia della Scuola di Francoforte trascorre la vita fanciullesca con la sua famiglia e lo staff di domestici sapientemente organizzato dalla madre, tra visite al Kaiserpanorama, al Giardino zoologico e al parco Tiergarten. Quella materna è la figura dominante nei ricordi di Benjamin e soprattutto femminile è il contesto in cui egli viene educato. La mamma, di cui non cita il nome, come del resto fa con tutti gli esseri umani che si affacciano nella narrazione, è il pilastro dell'infanzia dell'autore: è la presenza costante dentro e fuori la casa, è l'organizzatrice domestica; è colei che vigila sulla salute del proprio figlio e nei giorni di malattia gli offre quelle carezze che tanto ama perché, come scrive ne La Febbre, “nella mano di mia madre scorrevano le storie che in seguito avrei ascoltato da lei”; è colei che trascina il figlio nelle passeggiate cittadine o sulla Blumeshof, la via in cui c'era la casa della nonna materna, tempio della sicurezza e del riposo; è, ancora, la donna che l'autore ricorda seduta dietro alla finestra mentre, col ditale puntato sul dito e il cestino da lavoro al suo fianco, era pronta a ritoccare qualche dettaglio del suo vestito, magari a “dare, con qualche rapido punto, il giusto «pli» alla seta del nodo alla marinara”.

Rari sono, al contrario, i riferimenti alla figura paterna alla quale è concesso un momento di protagonismo nel racconto Un annuncio di morte, in cui Benjamin ricorda dell'arrivo del padre a dargli la buonanotte e ad informarlo dettagliatamente della morte di un cugino pressocché sconosciuto, tanto da alimentare in lui un certo stupore. Ma il Walter Benjamin della nostra opera è un bambino che si stupisce di tutto, è curioso, attento, indagatore, osservatore dello spazio in cui si muove, testimone delle abitudini della gente di Berlino e delle peculiarità di certi comportamenti, come ad esempio quelli delle donne che lavoravano nel Markt-Halle, il mercato coperto, le quali, simili a “sacerdotesse della Cerere Venale”, occupavano maestosamente la posizione dietro al banco merci della cui opulenza erano il simbolo, o come quelli dei borghesi di città, della cui schiera lui con la sua famiglia facevano parte, i quali attraversavano il mercato di Natale spingendo i propri bambini ad acquistare oggetti dai poveri e coetanei venditori. Riversa il suo interesse nella lettura di libri avventurosi a cui si abbandona prima del sonno, scruta fra le grate orizzontali e illuminate che mettono in comunicazione la strada con gli ambienti più sotterranei dei palazzi, alla costante ricerca di una verità celata dietro un'apparente realtà, appena accennata.

Sin da piccolo l'autore manifesta il bisogno di andare oltre il visibile immediato, godendo dei piaceri che una scoperta può regalare, come accadeva quando, immergendo la mano nel misterioso comò, s'imbatteva in un'arrotolata forma lanosa che, svelata nella sua essenza, si rivelava quale calzino ed egli stesso sottolinea ne Il calzino come questo gioco lo abbia educato a “estrarre la verità dalla poesia”, quella poesia che, dapprima oscura e impenetrabile, schiude il significato allo spirito dell'uomo che le dona la giusta e meritata riflessione. In questo senso l'opera è attraversata da un rigagnolo di poesia che accresce la voglia di consumare le pagine per scoprire se ancora aneddoti della sua famiglia, della sua città, degli interni e degli esterni delle abitazioni, della sua vita l'autore regalerà al lettore conditi di ogni particolare, ma senza rischiare l'appesantimento. In questo modo viene raggiunto il duplice obiettivo di raccontare la propria vita e di far conoscere la storia di un passato che solo nel futuro si rende pienamente comprensibile, grazie ad un'instancabile riflessione sugli eventi che lo hanno costituito. Attraverso il viaggio nella propria infanzia Walter Benjamin apre gli occhi sulla società in cui essa è trascorsa e sui costumi che allora vigevano, per capire come tutto sia cambiato e per testimoniare del fatto che ogni fenomeno osservabile nel presente rappresenti il futuro di ciò che ha avuto inizio nel passato, come il cinema con la fotografia per esemplificare, e che la conoscenza è legata al tempo, quel tempo che, come nel testo in cui non si legano gli episodi descritti all'età specifica ma si assimilano tutti sotto l'infanzia intesa come fase, è sempre presente e in costante movimento nell'esistenza di un uomo, anche quando di esso e della sua egemonia ci si dimentica, preservandosi in questo modo dal rischio di essere catturato.

di Ciro Intermite [Visita la sua tesi »]

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