L’esperienza del tempo nell’ultima raccolta di Cesare Viviani: Infinita fine

La natura intesa come scorrere temporale e avvicendamento verso la caducità, il limite dell'esistenza umana

La fede e la quinta stagione
Infinita fine è l’ultima raccolta del poeta senese, la raccolta che ribadisce perentoriamente la finitudine dell’infinito, la raccolta che riflette nuovamente, e con ancora più forza l’esperienza del limite. Il poeta invita esplicitamente il lettore a guardare la vicenda umana con gli occhi della natura, unico metodo per accettare la propria e definitiva scomparsa. Il ritmo narrativo sembra seguire, in modo decisamente originale, la scansione naturale del tempo, delle stagioni, come se la scrittura cercasse una fusione totale e pacificante con la natura stessa; una poesia che diventi finalmente linguaggio universale, linguaggio dell’insostenibile, della fine incomprensibile. La raccolta si suddivide in cinque sezioni come spiega lo stesso poeta in nota: «le poesie di questa raccolta sono state scritte nel tempo che va dall’ottobre 2008 all’agosto 2011. La divisione in cinque parti corrisponde ai tempi e alle sospensioni dello scrivere». Viviani abbandona le sfere sensoriali dominanti nelle precedenti quattro raccolte per concentrarsi sul fattore tempo; ne escono due sezioni decisamente corpose, la prima composta da trentasei liriche e la quinta da quarantanove, a cui si aggiungono le tre sezioni centrali rispettivamente composte da nove, venticinque e diciassette liriche. Il dato che colpisce maggiormente è la mancanza assoluta di un senso di consolazione nella vicenda umana, dato facilmente riconoscibile in queste terzine esemplari (Le citazioni sono tratte da Cesare Viviani, Infinita fine, Einaudi, Torino 2012):

Se non ci fossero il Natale, la Pasqua,
e la festa dell’Assunta a Ferragosto,
che vita sarebbe? [p. 6]

È il legno
che protegge dal freddo,
noi ci siamo limitati a collocarlo. [p. 10]

Essere ogni volta indecisi se essere
custodi della vita o delle cose,
ma pur sempre custodi. [p. 18]

Anche l’ultimo passo,
quello incontro alla morte,
fu un penoso incespicare. [p. 20]

Il niente tesseva la nostra follia di esistere.
Io pensai la tua vita, tu pensasti la mia,
ma era solo una lunga fantasia. [p. 59]



Alla fine l’unico merito che ho avuto
è quello di avere vissuto
molti anni a Milano. [p. 62]

Non è certamente casuale che il poeta si sia affidato alla terzina – forma strofica decisamente nobile – per esprimere il concetto chiave della frustrazione del genere umano, e che la usi probabilmente come messaggio metapoetico; Viviani, già in questa prima sezione del libro, usa la terzina in modo quasi “improprio” per ribadire l’importanza assoluta della poesia nella comunicazione odierna. Le terzine in questione sono formate da versi irregolari e si occupano di scene di vita quotidiana – peraltro con notevole sarcasmo e autocritica – attraverso quel ritmo narrativo tipico della poesia-pensiero, dove è piuttosto l’enjambement a risultare ancora una volta decisivo: raccontare la vita, e soprattutto il suo disincanto, con una forma poetica così importante è come dire che l’unico modo per poter capire e appunto raccontare, è la poesia. Un concetto questo che ha ispirato l’intero lavoro di Viviani, e che ora trova addirittura la sua forma fisica nella terzina. Emblematica quella di pagina sessantadue («Alla fine l’unico merito che ho avuto/ è quello di aver vissuto/ molti anni a Milano»), dove il poeta confessa autobiograficamente, e certo con forte senso ironico, come la propria fortuna sia stata favorita dal caso e dalle opportunità della metropoli. Molto suggestiva è anche la rima della terzina di pagina cinquantanove «follia-mia-fantasia» in cui la follia universale («nostra») si intreccia con le vite illusoriamente programmate e sperate («io pensai la tua vita, tu pensasti la mia») dell’autore e di un interlocutore per poi cedere alla disillusione inevitabile e profonda («lunga fantasia»). D’altro canto Viviani è perfettamente consapevole, e ne ha dato prova più volte, di questa illusorietà, ma ne ricava ugualmente un segnale importante e di speranza che certo presuppone di accontentarci e, magari, essere pure felici di questo:

Anche se erano
le più false formalità,
le più comuni sciocchezze,
– e io già nell’età anziana –
continuavo a provare qualcosa. (p. 60)

La caducità umana ha un significato fondamentale in quell’ultimo verso della lirica riportata sopra: «continuavo a provare qualcosa». Il tempo imperfetto – che prende significativamente il posto del presente come in altre liriche della raccolta, come se fosse per Viviani impossibile stabilire una realtà dell’oggi senza una relazione temporale-favolistica con il passato e in particolare quello imperfetto – dà un intenso “sapore” favolistico al verso e anche un senso di continuità che attraversa l’intera vita di Viviani e un certo piacere di affrontare il futuro che si esprime in quell’indefinibile «qualcosa» che viene sentito irrazionalmente. L’abbandono del poeta all’inconoscibile è ancora una volta definitivo e diviene, in questa raccolta più che mai, l’unica fede cui concedersi, fede “negativa” basata, come abbiamo visto molto chiaramente nelle precedenti raccolte, su «silenzio, incertezza e timore» ma soprattutto sul paradossale «ardore» che l’uomo deve profondere in questi sentimenti. Significativa a tal proposito e la rima «ardore-timore-migliore» che contraddistingue la seguente terzina – da segnalare come Viviani torni alla terzina proprio nell’ultimo capitolo della raccolta come a chiudere nuovamente un cerchio ideale, un nuovo infinito-finito – quasi a rappresentare un discorso programmatico ed essenziale, una sorta di vademecum esistenziale:

È l’ardore del silenzio,
dell’incertezza, del timore
la fede migliore. (p. 133)

Ma è una fede questa che si avvale anche dell’immenso pregio di fungere da tramite del tempo, di collegare le emozioni del genere umano fino alla notte dei tempi e aprire la strada al futuro: la fede di Viviani è una “quinta stagione”, una macchina del tempo poetica che guarda con umiltà, senza nemmeno tentare di dare spiegazioni razionali, all’aspetto inconoscibile della vita, appunto a un “infinita fine”:

Chi ha affrontato la fine
finalmente ha ricevuto
tutto quello che ha fatto
per non affrontarla. (p. 144)

In questa quartina apparentemente inesplicabile Viviani “professa” l’estremo di fede: chi ha avuto il coraggio di abbandonarsi all’incomprensibile mistero della vita è ricompensato ora dalla conoscenza, o forse è meglio dire dall’esperienza:

E se solo dopo aver perso tutto
fosse possibile vivere
l’esperienza più intensa, più profonda? (p. 142)



Un'esperienza quindi che si protrae nel tempo, nell’infinito-finito e, quindi, nell’infinita fine:

La bellezza appariva buona,
ingannava,
ma era l’unico rimedio, istantaneo,
agli insulti del tempo. (p. 103)

Non è più il tempo
di raccontare con passione ai più cari
gli incidenti accaduti
o gli inconvenienti della giornata,
Ma posso chiedere a queste ore
di accogliermi
come fossero un giaciglio,
e di tenermi
fino al torpore e al sopore. (p. 105)

Non servì a nulla fermarsi
per non farsi trascinare dal tempo.
Roteavano i cieli e l’universo.
Ma ci aveva illusi la coincidenza
di un dolore fisico che si attenuava
con il calare del sole. (p. 113)

L’esperienza del tempo
L’esperienza del tempo si concentra sui termini «istantaneo, coincidenza», sull’idea di contemporaneità che serpeggia in tutta la poetica del poeta senese come si evince perfettamente anche dalla seguente lirica:

Ben più solidi gli oggetti
che colui che trapassa.
Ma chi trapassa diventa oggetto,
e acquista
in solidità e durata. (p. 130)

Il tempo viene ad assumere quindi una doppia valenza, sia quella negativa che rappresenta il lento deteriorasi del genere umano («insulti del tempo; incidenti; inconvenienti, trascinare; dolore fisico») sia quella contemporaneamente positiva e consolatoria («ma era l’unico rimedio; ma posso chiedere a queste ore/ di accogliermi/ come fossero un giaciglio; che si attenuava con il calare del sole»), fino alla conclusione, certo decisamente sarcastica, che l’uomo necessita di trasfigurarsi in «oggetto», di perdere così ogni forma di sensibilità, per acquisire «solidità e durata». La fine dona paradossalmente l’eternità, ma è un’eternità dove il concetto teologico di “anima”, si confonde con un ben più materiale e laico “oggetto”:

È l’immateriale che stabilisce
i tempi di deterioramento
della materia del corpo,
l’immateriale che a un certo punto
dice «basta».
L’immateriale è l’anima,
ma non quella della salvezza. (p. 118)

La salvezza è affidata all’abbandono nei confronti dell’incomprensibile e dell’inevitabile, una salvezza cui proprio il tempo fa da garante, cinico e imperscrutabile:

Diventa con i secoli il corpo
una pietra preziosa,
come ogni altro reperto di tempi lontani,
e avrà un valore che magari
non aveva da vivo,
ma è un valore solo per chi lo ha scoperto
e lo studia. (p. 114)

Si scoprisse poi che solo pochissimi,
rarissimi hanno
una vita ultraterrena,
e tutti gli altri niente.
E quelli come sono riusciti ad averla? (p. 117)

C’è un’ora a cui nessuno sopravvive.
E per tanti anni
cosa hanno afferrato le mani,
oggetti, corpi
o pensieri, idee,
beni immateriali? (p. 119)

Il poeta cerca di fare un resoconto dell’esistenza affidandosi alla dicotomia principale tra materialità («oggetti, corpi») e spiritualità («pensieri, idee, beni immateriali») che lo tormenta in modo evidente:

Se dare peso all’esistenza
di un potere della mente,
oppure sentire che si tratta solo
di operazioni imparate nel tempo,
senza le quali
non c’è mente,
non c’è niente. (p. 116)

In quella rima «mente-niente» è racchiuso il pensiero di Viviani; il “peso dell’esistenza” e il «potere della mente» si misurano solo grazie all’esperienza – come abbiamo visto ripetutamente nell’analisi delle raccolte precedenti – alle «operazioni imparate nel tempo» nelle quali sono comprese anche lo nostre necessità mistiche:

A chiederci chi siamo, l’identità,
eravamo
quell’esitazione, quel tremore,
e nient’altro che quello.
Per poter vivere,
per riuscire a sopravvivere,
ci vogliono frequenti fughe.
O sentirsi avvolti dalla natura,
l’abbraccio perenne dell’aria
e delle cose visibili,
sempre pronte a farsi prossime. (p. 129)

In questa lirica il poeta evidenzia con eleganza retorica tutti i dubbi sull’esistenza umana; il tema dell’identità che si contrappone tra l’essere presente e imperfetto («siamo-eravamo») per convenire sul fatto che possiamo dire solo ciò che «eravamo», ovvero il dubbio stesso, «esitazione, tremore». Si tratta di una nuova e perentoria affermazione della teologia negativa: possiamo affermare di essere solo ciò che non siamo. Poi la contrapposizione tra «vivere» e «sopravvivere» affidata a quelle indispensabili «frequenti fughe» della mente o ad una immedesimazione totale con la natura; il pericolo «delle cose visibili» è però sempre in agguato ed esercita un fascino irresistibile sull’uomo:

Tutti ci illudiamo,
perché non ascoltiamo
ciò che dice la natura.
Ma basta guardare a lungo
la terra e il cielo
per cominciare a intendere
che siamo ospiti. (p. 150)

La lirica che chiude la raccolta ha il sapore della “resa” finale da parte del poeta; sembra che tutta la meditazione poetica, tutto il percorso di poesia-pensiero intrapreso non sia riuscito a far breccia nel cuore e nella testa dell’umanità. Allora sarà meglio ritornare a «credere alle divinità», – e Viviani lo fa utilizzando ora il tempo presente in modo perentorio, non c’è traccia in questa lirica finale dell’imperfetto – qualunque esse siano almeno avranno una funzione consolatoria, almeno ci eviteranno la solitudine insopportabile che produce la società contemporanea, rendendoci meno amara, ma pur sempre infinita, la fine:

Ritorniamo a credere alle divinità,
se tutto questo sforzo di pensiero
sulle pietre, sui ghiacci, sui reperti
non ha dato esiti.
Non si può vivere da soli
in mezzo alle chiacchiere,
con macchinari e strumenti autonomi,
sistemi e progetti autosufficienti,
e una superficie terrestre che risponde
finché la coltiviamo, altrimenti
restituisce solitudine.
Invece le divinità ci accompagnano generose
dalla mattina alla sera,
parlano con noi, consigliano,
e rendono sopportabile il silenzio,
l’abbandono, la fine. (p. 151)

Una critica feroce verso lo stile di vita contemporaneo – come abbiamo già visto soprattutto in Passanti e La forma della vita – e in particolare nei confronti di questa illusoria autosufficienza che questa cerca di indurre; «macchinari e strumenti autonomi,/ sistemi e progetti autosufficienti» che si contrappongono al lavoro “sociale” della terra a «una superficie terrestre che risponde/ finché la coltiviamo». Un sistema contraddittorio e pericoloso per l’uomo stesso dove l’utopia dell’automazione, della dipendenza da un sistema tecnologicamente infallibile, deve fare i conti, ancora una volta, con la natura, la quale, se non amata e rispettata, «restituisce solitudine». Un sistema questo che tende inesorabilmente a scardinare il concetto fondamentale di “unità”, perno della poetica di Viviani e a farci perdere di vista gli aspetti più importanti:

Proprio mentre l’infante ogni giorno
ci reclama, piange, grida,
noi siamo contenti perché siamo riusciti,
manovrando con l’elettronica,
a ottenere una funzione in più. (p. 106)

Nel suggestivo climax «reclama, piange, grida», c’è tutta la disperazione dell’infante, della natura e l’indifferenza dell’uomo verso di questa, ormai attratto inesorabilmente da una sintomatica «funzione in più», come una droga.
Così non restano che le divinità, a consolarci:


Il sentimento, la natura e Dio
sono le tre verità a cui appigliarsi,
aggrapparsi,
ma l’ultima è quella che toglie
il respiro. (p. 137)

In questo «respiro» che chiude la lirica, unito da un efficace enjambement con il verso precedente e con il riferimento a Dio, il poeta simboleggia lo stato in cui versa il genere umano, uno stato di apprensione, di paura verso la fine della propria esistenza, uno stato di profonda incertezza che non prevede risposte:

Saremo tutti clandestini,
arrivati chissà da dove.
Un centro di raccolta c’è,
dopo la sosta nei cimiteri.
Senza corpo, senza volto, senza espressione,
senza nome,
saremo una specie di oceano ondeggiante
senza fine. (p. 140)

«Senza fine» è la chiusura infinita della poesia, una fine «ondeggiante», quasi una figura dantesca, un contrappasso dove resteremo tutti «senza»; noi che abbiamo passato la vita a crearci posizioni illusorie, ad accumulare beni materiali, non avremo più niente – ci rimarrà solamente una sarcastica e fugace «sosta nei cimiteri» come ultimo contatto con la natura – ma saremo condannati a inseguirci ondeggiando, trasformati in «una specie di oceano», destinati a non fermarci più, appunto, ossessivamente senza fine:

Il tempo mi ha perseguitato
da quando sono nato,
non sono mai riuscito a liberarmi di lui. [p. 93]

L’infinito limite
Il concetto di “limite” attraversa naturalmente anche questa raccolta fungendo da filo rosso nella poesia-pensiero di Viviani; un limite che si manifesta nell’indifferenza leopardiana tra natura e uomo, ma anche, e qui potremmo parlare di cinismo, nei rapporti critici tra uomo e uomo. Leggiamo la seguente esemplare quartina:

Non c’è possibile confronto
tra l’uomo e la natura,
tra chi parla di eterno e di assoluto
e chi avverte i cambiamenti di temperatura. (p. 149)

L’uomo non ha nessuna possibilità di comprendere il linguaggio naturale – ecco ancora una volta condensato il pensiero del poeta – , di capire concetti come «eterno» e «assoluto», ma solo affidarsi ai propri sensi e sentire le semplici cose terrene, come i «cambiamenti di temperatura». Significativa in tal senso la rima «natura-temperatura», dove si riscontrano i due opposti, ben sapendo che anche la temperatura è comunque causata dalla natura stessa. La natura è artefice allo stesso modo e contemporaneamente di un linguaggio incomprensibile e di uno più terreno che l’uomo si rifiuta di comprendere:

Finita l’invenzione e l’immaginazione
di altri mondi,
si avvicinava sempre di più la terra,
spessa, opaca.
E invece di cercare la salvezza in alto,
non avremmo dovuto
mirare in basso,
là dove non c’è luce.
non c’è armonia,
non c’è nome? (p. 145)

Il poeta si affida a una domanda introspettiva, una domanda che rispecchia perfettamente quella teologia negativa che ne pervade l’intera poetica; per quattro volte si ripete la negazione «non» per indicare la strada dell’umiltà al genere umano, una strada che punta verso il basso, al buio, in disarmonia e, soprattutto, senza nome. Come abbiamo già visto, solo la poesia è ancora in grado di nominare le cose, è ancora in grado di dare un senso, eppure anche la poesia stessa “predica” l’umiltà. La poesia-pensiero di Viviani è fondata esattamente sull’umiltà e questi versi al “negativo” ne sono un ulteriore evidente esempio. Ma l’uomo non riesce a capire, o meglio non vuole accettare la propria natura e il proprio limite:

Aveva fatto tanto, persino
realizzato immaginazioni,
grandi progetti, fantasie.
Aveva compiuto
un’opera grande, invidiabile.
Ma la base restava stretta,
quella che hanno tutti,
piccola e stretta. (p. 139)

La possibilità di comprensione dell’uomo, per quanto possano essere grandi le sue gesta, è «piccola e stretta»; quello che Viviani definisce ora «base» – peraltro in modo intelligente, il limite non è altro che la nostra base di partenza, il nostro peccato originale – non è altro che il nostro destino, destino di non comprendere i grandi significati. Destino che accomuna tutti gli uomini, grandi o piccoli che siano:

Anche i re e le regine
hanno fegato, reni e cellule
fragili e deperibili,
mentre i servi ogni giorno
tolgono la polvere dalle stanze.
Mentre la folla è sempre pronta a credere
che la moralità risieda
nell’oro e nei diamanti. (p. 124)

Appaiono in questa lirica tre categorie diverse: re e regine, servi, la folla. I primi, quelli deputati alla ricchezza e alle imprese indelebili, vengono associati dal poeta a «fegato, reni e cellule», e alla naturale deperibilità, o limite naturale che dir si voglia; i secondi sono messi in relazione al loro lavoro quotidiano – probabilmente sono rappresentazione di un’intera categoria –, alla «polvere» che ora tolgono e che un giorno diventeranno come simbolo di una fine infinita; la terza categoria, che certo può racchiudere anche la seconda, è quella che introietta la grande massa, «la folla» appunto, una folla devota all’adorazione di «oro» e «diamanti», addirittura «sempre pronta a credere» che questi rappresentino «la moralità». Da questi versi si evince come l’umanità non abbia voglia, o forse nemmeno la forza, di ricercare i veri valori, ma che si lasci ingannare da quei beni materiali in cui non risiede in realtà nessun valore. Valori invece rintracciabili nella consapevolezza dei propri limiti – i corpi deperibili di re e regine ma anche la polvere delle loro stanze – una consapevolezza privilegio di pochi:

I grandi della terra
non usano parole memorabili
né compiono gesti esemplari,
ma discreti, consueti
se ne stanno appartati dove la terra
li ha fatti nascere, passano la vita,
sanno bene
che non resta memoria di niente. (p. 125)

Viene da pensare che «i grandi della terra» siano rappresentati da due poeti già incontrati precedentemente ed espressamente citati in questo libro: Mario Luzi e Andrea Zanzotto. Al primo è dedicata la seguente lirica:

Era la creatura, Mario,
che ti faceva velo
di fronte al niente della poesia.
Così, costeggiando il fiume,
non era cosa da poco
virare e inoltrarsi nella boscaglia.
E sul viale, ben curato, rettilineo,
questo andirivieni truffaldino
confondeva, oscurava incosciente
le direzioni di marcia. (p. 75)

Una lirica questa che ripercorre in modo fascinoso il percorso poetico di Luzi fatto certo di un diffuso sentimento ermetico, ma che ha come scopo principale la chiarezza espressiva di una poesia allo stesso tempo difficile e pura, una poesia esemplare. Nel riferimento a Zanzotto c’è invece tutta la sapienza, e l’ironia, di un grande poeta che ha capito il “meccanismo” umano e non solo:

La posizione che avvantaggiava
poco dopo ci esponeva al pericolo
di essere attaccati.
A volte si era attratti dai viventi,
tanto da volerli mangiare,
e poco dopo nauseati.
Dice bene Zanzotto: ci sono risorti
che non sono mai sorti. (p. 56)

C’è in questa lirica un riferimento alla figura di Cristo, ovvero colui che rappresenta effettivamente “l’infinita fine”. Non si tratta di credere alla resurrezione vera e propria naturalmente, ma di “usare” la figura cristologica per addentrarsi ulteriormente nel pensiero di Viviani. Abbiamo già visto come il poeta senese faccia riferimento alla Madonna e al celeberrimo incipit dell’ultimo canto della Commedia dantesca per presentare l’origine della propria poetica dell’imponderabile; ora, e mi sembra un fatto “naturale”, è la figura del figlio a rappresentare il limite della comprensione umana in quanto simbolo della fine infinita cui è destinato il genere umano, simbolo ma allo stesso tempo tragica incarnazione del paradosso:

Solo uno ha tenuto fede
alle sue parole fino in fondo.
Solo uno ha praticato
la fede in fondo.
Uno senza famiglia,
perché la famiglia è un apparato. (p. 123)

di Federico Romagnoli [Visita la sua tesi »] [Leggi i suoi articoli »]

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