Balzac e la piccola sarta cinese, Dai Sijie, Adelphi.

Il libro come strumento di riscatto sociale durante la Rivoluzione Culturale cinese

La lettura può salvare la vita?
O perlomeno, può la lettura limitare le sofferenze umane?
Quale potere hanno i libri e gli scrittori, se talora vengono perseguitati?


“In quell’anno 1971 il figlio di uno pneumologo e il suo amico, figlio di un grande nemico del popolo che aveva avuto il privilegio di toccare i denti di Mao, erano solo due dei cento e passa «giovani intellettuali», fra ragazzi e ragazze, che vennero spediti su quella montagna, chiamata «la Fenice del Cielo». Un nome poetico, e un modo curioso per evocare la sua altezza terrificante”.

Due ragazzi, dunque: uno capace di suonare il violino, l’altro in grado di raccontare storie. Entrambi figli di stimati professionisti invisi al regime perché “schifosi scienziati”. Giovani studenti strappati alle rispettive famiglie e gettati in un campo di rieducazione a praticare l’agricoltura. E una piccola sarta, costretta in un minuscolo e remoto villaggio, all’oscuro del mondo e finanche della propria femminilità. E, ancora, una valigia misteriosa piena di cose proibite, che al solo nominarle si rischia la vita.

Oggetto della persecuzione e della distruzione sistematica da parte del regime di Mao sono i libri, di cui quella valigia trabocca. Oggetti semplici, certo, ma pericolosissimi, perché in grado di rendere agli uomini la propria libertà. Le Guardie rosse si accaniscono su di loro, li confiscano, li bruciano sulle pubbliche piazze. E’ una vera e propria strage degli innocenti, che peraltro alimenta il desiderio di leggere, soprattutto nelle giovani generazioni.

La Piccola Sarta, di cui si innamorano entrambi i ragazzi, non sa leggere, ma le piace ascoltare. E quando i due riescono a impossessarsi della misteriosa valigia, le vite di tutti loro subiscono una drastica svolta. E’ infatti la voce narrante a dire che “fino a quell’incontro furtivo con Jean-Christophe, la mia povera testa educata e rieducata ignorava del tutto che si potesse lottare da soli contro il mondo intero”.

È il Jean-Christophe di Romain Rolland a folgorare uno dei ragazzi, mentre dalla valigia escono come per magia Hugo, Stendhal, Dumas, Flaubert, Baudelaire, Rousseau, Tolstoj, Gogol’, Dostoevskij, e qualche autore inglese. Toccherà a Balzac saldare il legame tra Luo e la Piccola Sarta, segnandone al contempo la fine.

È proprio grazie al contenuto di quella valigia che la Piccola Sarta cinese prenderà coscienza di sé e delle proprie potenzialità, inducendola a compiere una scelta drastica quanto liberatoria. In particolare, essa comprenderà che “la bellezza di una donna è un tesoro inestimabile”.

Ma a quale prezzo si compie questa sorta di “rieducazione balzachiana”? Un prezzo altissimo. E nel finale della storia vedremo compiersi l’ennesimo rogo. Ma stavolta ad opera di un personaggio al di sopra di ogni sospetto.

Inestricabile la vicenda narrata nel libro dalla biografia del suo autore. Dai Sijie, figlio di un medico, durante la rivoluzione culturale venne mandato in un campo di rieducazione. Solo con la morte di Mao conquistò la libertà di iscriversi all’università, ambiente che gli permise di trasferirsi a Parigi, dove tuttora vive e lavora.

di Lorella De Bon [Visita la sua tesi »]

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