De Profundis di Oscar Wilde. Ombre e luci dal profondo.

Una delusione d'amore che porta un poeta bohèmien ad analizzare il concetto di "dolere" nell'Inghilterra vittoriana.

Leggo le prime righe del De Profundis e non «vedo» Wilde. Continuo a leggere e un’immagine persistente viene messa a fuoco nella mia mente, dai piccoli fogli bianchi vergati in nero: pietre. «Vedo» pietre fredde e silenziose che rubano la luce in una cella. È il carcere inglese di Sua Maestà di Reading. Solo più tardi inizio a scorgere una figura china sui suoi preziosi cartigli: non è ancora Oscar Wilde; è un uomo. Un essere umano che comunica ad un altro essere umano (il lettore) la sua condizione di detenuto, la sua libertà negata perché punito dalla società. La stessa società a cui il poeta, drammaturgo e aforista più rappresentativo del decadentismo ed estetismo vittoriani, aveva chiesto aiuto. Non mi dilungherò sulla biografia di Oscar Wilde (nota credo ormai a tutti) o sulla storia del rapporto ambiguo con il suo pupillo Lord Alfred Douglas, studente di Oxford e affettuosamente chiamato dal nostro poeta, «Bosie». Il mio articolo si propone di focalizzare le conseguenze di questo amore malato, sulla vita privata e pubblica di Wilde uomo, artista, marito e padre. Avevo prima accennato alla richiesta d’aiuto di Oscar Wilde alla società del suo tempo: ebbene, pesantemente attaccato e calunniato dal Marchese di Queensberry, padre di Bosie e uomo rozzo e irascibile, Wilde cede alle insistenti lamentele del giovane rampollo e decide di querelarne il genitore. La società vittoriana interpellata da Wilde, risponde puntando proprio contro di lui il suo dito accusatorio processandolo per non aver rispettato le leggi penali in materia di costumi sessuali della sua classe sociale. Il re dei paradossi subisce, a sua volta, la stoccata fatale di un paradosso: in tribunale, su incitamento di Bosie, chiede la carcerazione dell’ingestibile marchese, ma al contrario viene processato e condannato a due anni di detenzione e lavori forzati. Come scrive lo stesso Wilde: «Naturalmente, una volta messe in moto le forze della Società, la Società mi si volse contro e disse: “Hai vissuto tutto questo tempo disprezzando le mie regole, e proprio adesso a queste stesse regole tu ti rivolgi in cerca di protezione? Sarai sottoposto alle leggi a cui ti sei appellato. E per te quelle leggi eserciteranno alla lettera il loro potere”. Ecco il risultato: sono in carcere». Ricordiamo che il suddetto frammento del De Profundis viene citato anche da André Gide nel suo saggio, Oscar Wilde: in memoriam, apparso sulla rivista parigina «Mercure de France» nel 1947. Il De Profundis viene così «partorito» in carcere: grazie al nuovo e più malleabile direttore del penitenziario, Wilde ottiene carta e penna, con l’obbligo di riconsegnare il tutto a fine giornata. L’opera è una lunga epistola accusatrice nei confronti di Lord Alfred Douglas, citato col nomignolo «Bosie», ad apertura della lettera e più tardi con l’infame epiteto «principe Fleur de lys» che egli amava usare per se stesso. Dalla prima pagina Oscar Wilde esprime tutto il suo disprezzo e rammarico per questo rapporto che gli costò la rovina pubblica e privata. È noto infatti che, a causa dello scandalo omosessuale, il nostro poeta, oltre alla libertà perse la sua casa, la sua inestimabile biblioteca, sua moglie (che gli chiese il divorzio) e il diritto di custodia e visita dei figli. La società vittoriana del tempo, più volte sbeffeggiata nel suo bigottismo e nel suo cristallizzato savoir-faire dalle provocazioni pubbliche dell’esteta Wilde, ebbe finalmente la meglio, sfiancando una così ingombrante presenza culturale e rivoluzionaria. Oscar Wilde non si limita a trascrivere le accorate lamentele di un amante tradito e rovinato, ma intesse una fitta tela dall’amaro retrogusto paideutico: l’opera diventa infatti, un vero e proprio trattato di filosofia, teologia, filologia, storia antica, arte, letteratura e dialettica, in cui tutto il maestoso genio del poeta irlandese, trova la sua massima espressione. Almeno per tre volte viene ripetuta la seguente massima: «Il supremo vizio è la superficialità. Tutto quanto capiamo profondamente è giusto». Non ci sono riferimenti espliciti, ma il monito è rivolto ad unico destinatario: Bosie. La sua superficialità, innaffiata da una buona dose di egoismo e saccenza, viene confrontata da Wilde, con la grandezza d’animo delle due donne più importanti della sua vita: la madre e la moglie. Jane Francesca Elgee, madre di Oscar e illustre poetessa nazionalista, educa i suoi figli nei cenacoli letterari d’élite che organizzava nella sua casa. Esempio di fermezza e slancio culturale, viene più volte citata dal figlio nell’opera: «Mia madre, che conosceva la vita nella sua complessità, era solita citarmi i versi di Goethe, trascritti da Carlyle in un libro ch’egli le aveva regalato anni prima e da lui stesso tradotti, suppongo:

Chi mai mangiò il pane del dolore
Chi mai passò le ore della notte
Piangendo nell’attesa del mattino
Ignora voi, celesti potestà.

Erano i versi che la nobile Regina di Prussia, trattata con tanta rozza brutalità da Napoleone, era solita citare nell’umiliazione del suo esilio: erano i versi che mia madre spesso citò negli ultimi tormentati anni della sua esistenza». E ancora, paragonando la grandezza di sua madre alla viltà di quella di Bosie: «T’ho parlato di tua madre con un certo risentimento e ti consiglio ardentemente di farle vedere questa lettera, soprattutto per il tuo bene. Se per lei riuscisse troppo penoso leggere tali accuse contro uno dei suoi figli, ricordale che mia madre, la quale intellettualmente può essere considerata alla stregua di Elizabeth Barrett Browning e storicamente alla stregua di madame Roland, morì di crepacuore poiché il figlio, della cui genialità e della cui arte era andata tanto fiera, e che essa aveva sempre ritenuto come il degno prosecutore d’un nome illustre, era stato condannato a due anni di lavori forzati». Di contro la moglie del poeta, Constance Lloyd, viene rappresentata nella sua sanità di principi e nel rispetto dei suoi valori di moglie e madre. Tutte qualità assolutamente estranee al giovane Bosie, dedito ai piaceri più dissoluti e costosi, che era solito addebitare candidamente al suo sfortunato e succube amante: Oscar Wilde, celebre in tutto il mondo per la sua arguzia e sagacità e per la sua cultura sterminata. Il padre del decadentismo e dell’estetismo vittoriani, viene messo al tappeto da un giovane efebico studente di Oxford, con scarse doti di scrittore, ma con grandi di bevitore nei locali più malfamati di Parigi. La mia onestà intellettuale mi impone, però, di fare una personale considerazione: «annusando», anche dalle pagine del De Profundis, il profumo forte e vigoroso del genio di Oscar Wilde, non credo possibile una così totale sudditanza psicologica nei confronti di Bosie. L’ammetterei nello zotico, nell’uomo povero di dialettica e materia grigia, ma non nella personalità poliedrica di uno degli artisti più emblematici che la storia ricordi. Credo quindi, sia insito nell’animo dell’uomo (di qualsiasi ceto e grado di istruzione) una naturale propensione al Male. Il Male, dalla notte dei tempi, ha sempre riscontrato una maggiore attrattiva rispetto al Bene, così noioso e incolore. Un uomo non ha, quindi, bisogno di essere trascinato e soggiogato da un altro per essere risucchiato dal vortice del Piacere, della Lussuria: può trovare in lui un fido compagno, ma sarà sempre il suo animo naturalmente portato verso l’oscuro. Ciò però che mi colpisce, proseguendo nella lettura, è la grande sensibilità impalpabile ma nello stesso tempo «cutanea» di Oscar Wilde in materia di dolore, un concetto ignorato (o forse solo respinto) dal poeta per gran parte della sua vita. Wilde fa sgorgare, dalle pagine del De Profundis, il suo «ematico» urlo di dolore, quasi una sorta di «barbarico YAWP» alla Walt Whitman che sapientemente descrisse la profondità e la primordialità del grido di insoddisfazione e senso di inadeguatezza dell’essere umano. Le parole di Wilde generano nel lettore emozioni vivide e lancinanti, come scrive lo stesso Andrè Gide: «A stento si può considerare il De Profundis un libro: privo di teorie piuttosto vane e speciose, è il singhiozzo di un ferito che si dibatte. Non ho potuto ascoltarlo senza lacrime, eppure vorrei parlarne senza che la mia voce s’incrinasse». Riporto qui di seguito i passi più significativi dell’opera wildiana: «Il dolore, dunque, e tutto quanto il dolore insegna, è il mio nuovo mondo. Ero abituato a vivere solo del mio piacere. Evitavo la sofferenza e il dolore d’ogni genere. Li odiavo tutt’e due. Ero deciso a ignorarli sinché fosse possibile: vale a dire a considerarli come forme d’imperfezione. Non facevano parte del mio schema di vita. Non trovavano posto nella mia filosofia». E ancora: «Ora capisco come il dolore, essendo la massima emozione di cui sia capace l’uomo, sia insieme simbolo e pietra di paragone di tutta la grande Arte. …La musica, in cui il soggetto è tutto assorbito dall’espressione e non può venirne superato, è un esempio complesso, e un fiore o un bimbo è un esempio semplice di quanto intendo dire; ma il dolore è la norma definitiva dell’Arte come della Vita. Dietro la Gioia e il Riso può nascondersi magari un brutto temperamento, un temperamento aspro, duro, insensibile. Ma dietro il Dolore è sempre il Dolore. La Sofferenza, al contrario del Piacere, non reca mai maschere». Un’altra grande lezione di umiltà e profondità d’animo contro l’assoluta vacuità di Bosie: lezioni da illustre pedagogo che Oscar Wilde elargisce senza sosta in un susseguirsi di citazioni in greco dei versi di Euripide e delle parole di Gesù Cristo e in cui la magnificenza della sua eloquenza, schiaccia e annienta il destinatario della missiva. Lunghe digressioni del nostro poeta vengono rivolte proprio alla figura di Cristo, visto come il sommo rappresentante della dignità intrinseca al dolore: «Pure, tutta la vita di Cristo – a tal punto Dolore e Bellezza possono unirsi in significato e manifestazione – è in realtà un idillio anche se ha fine con il velo del tempio che vien lacerato, con l’oscurità che avvolge la faccia della terra, e la pietra tombale che vien fatta rotolare sino a chiudere l’apertura del sepolcro». E poi: «E soprattutto, Cristo è il supremo Individualista. L’umiltà come l’accettazione artistica di ogni esperienza, è semplicemente una forma d’espressione. Cristo è eternamente in cerca dell’anima dell’uomo. Lui la chiama “regno di Dio” - ή βασιλεία του Θεού -, e la trova in ognuno. La paragona a piccole cose, a un minuscolo seme, a una manciata di lievito, a una perla. Ecco perché si arriva alla propria anima soltanto liberandosi da tutte le aliene passioni, la cultura acquisita, i possessi terreni, buoni o cattivi». Cristo come l’unica vera guida alla sublimazione del dolore: è emblematico che proprio la tremenda esperienza del carcere, faccia riaffiorare in Wilde simili paragoni e riflessioni. Un altro capo d’accusa rivolto a Bosie è il senso della vera amicizia, a lui totalmente ignoto: «Ringrazio Dio ogni giorno per avermi dato amici diversi da te. Io son loro debitore in tutto. Anche i libri che ho nella cella sono stati pagati da Robbie; e dalla stessa fonte mi verranno gli abiti che indosserò alla mia scarcerazione. Non mi vergogno di accettare quel che mi viene donato per amore e affetto: ne sono fiero». Fa specie inoltre, pensare a come, in seguito alla stesura del De Profundis e alla sua scarcerazione, Wilde riprenda i rapporti col suo «carnefice» in un nuovo e temibile idillio. Quest’articolo comunque, non si propone di giudicare fragilità e debolezze di Oscar Wilde: chi può, del resto, dirsene completamente privo? Ciò che mi ha mosso nella stesura del mio lavoro, è stato il desiderio di far avvicinare il lettore alla figura del poeta irlandese, ai suoi tormenti, alla vastità del mondo interiore che affiora come un torrente in piena dai suoi scritti, di cui a buon titolo s’ascrive l’opera ivi analizzata. Il mio obiettivo, infine, è stato quello di evidenziare il lato umano, intimo al di là dei pettegolezzi dell’epoca, di questo artista unico e grandioso, la cui esistenza (lo abbiamo di certo evinto) è stata indissolubilmente legata all’Arte e alla ricerca del bello, fino alla fine dei suoi giorni in quell’albergo parigino, tra luci ed ombre dal profondo. E come scrive André Gide, poeta a amico di Wilde: «…Vorrei citare tutto il libro; preferisco rinviare a esso il lettore – e considerarmi soddisfatto se ho potuto, per poco che sia, servire una triste e gloriosa memoria, per la quale è tempo si smetta di nutrire solo disprezzo, indulgenza insolente, o una pietà più insultante ancora del disprezzo»

di Sarah Jay De Rosa [Visita la sua tesi »]

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