Lettura filosofica di La Ginestra di Leopardi

L’ ermeneutica dei diversi generi di poesia definisce «notturni» quei poeti i cui versi volgono progressivamente all’ argomento scottante del nulla, funzionale a mostrare la caducità dell’ esistenza dell’ uomo e delle cose con cui entra in contatto e degli affetti che lo circondano, nella disperata e lucida consapevolezza dell’ estrema vanità cui tutto è soggetto; e tanto più l’ esistenza umana appare fragile e caduca, per non dire misera, se essa viene posta a confronto con le forze invincibili e sublimi della natura, che operano costantemente alla sua distruzione, oltre che all’ invariabilità della soglia dell’ eternità che sempre gli rimane preclusa. Le notturne sono ricche di riferimenti alla natura ed ai suoi elementi caratteristici, come paesaggi ed eventi atmosferici, dei quali se ne esalta tanto la bellezza quanto la potenza a loro propria. La natura, nella sua bellezza e violenza, pur senza perdere nulla della propria potenza distruttrice non viene risparmiata dall’ annichilimento costante dell’ eterno divenire del tutto, a partire dal quale l’ animo del poeta notturno diventa voce che esprime il sentimento del nulla, infondendo un senso di profonda angoscia e terrore che palesa fatalmente l’ immagine della morte

E tu, lenta ginestra,
che di selve odorate
queste campagne dispogliate adorni,
anche tu presto alla crudel possanza
soccomberai del sotterraneo foco,
che ritornando al loco
già noto, stenderà l’ avaro lembo
su tue molli foreste […]

La ginestra è il fiore che cresce nel deserto, luogo caratterizzato dalla sua inospitalità ed aridità che non permette il sorgere di vita alcuna. Ed è proprio la sua origine, quasi miracolosa, che rende questo particolarissimo fiore non solo simbolo della bellezza più rara, ma anche simbolo della più nobile sensibilità, condannata a dover nascere in quel luogo cui nessun’ altra vita può sorgere. Questa triste origine e la minaccia costante della distruzione appaiono una sorta di vendetta della natura verso la ginestra, colpevole d’ esser nata così bella in un luogo tanto misero. La bellezza della ginestra mostra non solo il profondo contrasto con l’ ambiente circostante in cui essa sorge, bensì intensifica la caducità del proprio essere, fungendo quale paragone che allude direttamente alla natura del genio la cui missione consiste nel mostrare la visione annientante della nullità che tutto circonda ed avvolge. Il genio è quella «nobil natura» che ha l’ ardire di guardare al di là dell’ illusione offerta nell’ immediatezza dell’ esperienza, della vita nella sua semplicità, spingendosi così oltre quei miti sistemati in modo tale da sembrare il reale, ma che invece nascondo la terribile verità illuminata dal lume della conoscenza, che è luce che abbuia mediante il suo proprio illuminare. In quanto nobil natura, il genio mostra il proprio patimento provocato dalla terribile visione della verità e che egli ha il gravoso compito di assumere in sé

Nobil natura è quella
Che a sollevar s’ ardisce
Gli occhi mortali incontra
Al comun fato, e che con franca lingua,
nulla al ver detraendo,
confessa il mal che ci fu dato in sorte,
e il basso stato e frale;
quella che grande e forte
mostra sé nel soffrir, né gli odii né l’ ire
fraterne, ancor più gravi
d’ ogni altro danno, accresce
alle miserie sue, l’ uomo incolpando
del suo dolor, ma dà la colpa a quella
che veramente è rea, che de’ mortali
madre è di parto e di voler matrigna.

La nobil natura appartiene a colui il quale è in grado di vedere chi è veramente colpevole dell’ infelicità umana, colei che «veramente è rea» e che degli uomini «madre è di parto e di voler matrigna», ovvero la natura. Agli occhi del genio, di fronte ai quali prende forma con drammatica consapevolezza la visione della verità, appare contraddittoria la guerra fra uomini quale pretesto per accusarsi reciprocamente della propria infelicità e del proprio dolore, giacché essi sono tutte vittime sacrificali dell’ eterno divenire. La colpa dell’ infelicità degli uomini è da attribuire in parte al loro emergere provvisorio nel nulla ed in parte alla necessità che l’ esistenza sia volontà di esistere infinitamente, ma che essi, in quanto destinati al ritorno nel nulla da cui scaturiscono, non possono ottenere in alcuna maniera.
L’ unione degli uomini per difendersi dalla comune empia natura deve diventare vincolo fondamentale che unisce popoli diversi gli uni agli altri in rapporti di reciproco amore e sostegno, essendo l’ amore l’ unico rimedio efficace all’ infelicità. Solo il genio, mediante la sua opera, può rendersi autore e fautore del vero amore che lega tutti gli uomini in rapporti di mutuo e reciproco sostegno, proprio per il suo vivere sempre al di fuori di qualsiasi tempo, del suo essere cioè non contemporaneo di nessuna epoca, il cui amore ha necessariamente tutt’ altra origine. Guidati dall’ opera del genio, in essa sola i popoli trovano la propria comune radice, non più nell’ errore delle «superbe fole», ovvero sulle credenze pregiudiziali che caratterizzano ogni tempo ed ogni popolo. La nobil natura incarnata nella figura del genio è propriamente quella che guardando la verità in tutta la sua crudezza si mostra tuttavia grande ed ama l’ uomo; tale natura è essenzialmente legata all’ amore pur conoscendone il suo carattere illusorio. Ma l’ amore cui dà luogo il genio altro non è a propria volta che un’ illusione, la cui potenza evocativa deriva dalla grandezza del canto del genio

E poi che gli occhi a quelle luci appunto,
ch’ a or sembrano un punto,
e sono immense, in guisa
che un punto a petto lor son terra e mare
veracemente; a cui
l’ uomo non pur, ma questo
globo ove l’ uomo è nella,
sconosciuto è del tutto; e quando miro
quegli ancor più senz’ alcun fin remoti
nodi quasi di stelle,
ch’ a noi paion qual nebbia, a cui non l’ uomo
e non la terra sol, ma tutte in uno,
del numero infinite e della mole,
con l’ aureo sole insiem, le nostre stelle
o sono ignote, o così paion come
essi alla terra, un punto
di luce nebulosa; al pensier mio
che sembri allora, o prole
dell’ uomo?

Nella quarta strofa prende avvio il grande notturno della Ginestra: il rinvio di Leopardi alla grandezza e lucentezza delle stelle, che viste con occhio umano appaiono piccole come punti nel cielo e quasi afferrabili, mentre invece esse sono lontanissime, rivelano la profonda finitezza dell’ uomo di fronte alle potenze del cosmo. Eppure quelle stelle, pur nella loro immensa grandezza e nel loro splendore capace di perdurare per tempi lunghissimi, sono anch’ esse nulla poiché tutto – forze del cosmo comprese – sono inevitabilmente soggette alla violenza del divenire; e se le stelle sono a loro volta nulla, giacché dal nulla scaturiscono e al nulla ritornano dopo aver soggiornato nella provvisorietà che costituisce l’ essere nel tempo, la nullità che connota l’ esistenza umana appare ancor più caduca e vana. Di fronte alla parvenza di eternità di cui fanno sfoggio le stelle nel cielo, diviene ulteriormente gravosa l’ opera della nobil natura, il incombere del nulla lo spinge a volgere nuovamente lo sguardo su «questo oscuro/ granel di sabbia, il qual di terra ha il nome» della quale ne viene impedita l’ illusione estrema, ovvero l’ illusione di eternità, e che non è altro che rappresentazione della morte; ma la morte a sua volta vede la non colpevolezza degli uomini per il proprio dolore, per cui il suo avvento è volto a portarli con sé al riparo nel nulla e custodendoli in esso. Il destino dell’ uomo è della stessa natura di quello della ginestra, la cui vita sorge nell’ aridità del deserto che nulla promette e nulla offre e per la quale la morte è sempre qualcosa di imminente.
La ginestra appartiene al deserto, essendone in qualche modo figlia alla stessa maniera in cui gli uomini sono figli di una natura madre che si rivolge loro come matrigna; le sue radici affondano in quell’ infecondo terreno, teatro della distruzione, rappresentando l’ impossibilità da parte del delicato fiore di evadere dalla sorte che l’ attende. La ginestra cresce sulla rovina e sul nulla, in cui la minaccia perpetua del nulla non si limita solo a dissolvere il suo eterno tornare a fiorire, bensì anche quello sguardo che si volge verso la ginestra e la coglie da lontano, ossia lo sguardo del poeta che non può che riconoscersi nella caducità e miseria di cui la ginestra si costituisce quale ideale incarnazione.

Qui su l’ arida schiena
Del formidabil monte
Sterminator Vesevo,
la qual null’ altro allegra arbor né fiorire,
tuoi cespi solitari intorno spargi,
odorata ginestra,
contenta dei deserti.

Proprio come il fiorire della ginestra sull’ «arida schiena» del vulcano «sterminator Vesevo» che mai s’ addormenta o affievolisce la propria minaccia di distruzione, che nasce proprio dai resti anneriti della vita annientata dal fuoco che l’ ha preceduta, infondendo così la speranza al deserto stesso di poter tornare a fiorire nuovamente, ugualmente l’ opera del poeta è volta a riconoscere l’ angoscia e la sofferenza originatesi per causa della coscienza della nullità e vanità delle cose e per le quali non esiste rimedio alcuno, in quanto esse costituiscono il destino comune dell’ esistenza umana. Lo sguardo del genio, l’ unico capace di penetrare nella profondità delle cose rompendone il guscio che ne avvolge la superficie fatta d’ illusioni, coglie quella verità intrinseca e nascosta che gli permette di discolpare del tutto gli uomini dal dolore che affligge le loro esistenze, proprio perché egli vede chi è «veramente rea». Nella sua appartenenza al deserto la commiserazione della ginestra diventa sentimento comune che tutti gli esseri possono percepire, poiché la sua estrema caducità è esperienza che coinvolge tutti senza esclusioni.
Il paradiso della ragione e della tecnica che va sempre più togliendo spazio all’ immaginazione ed all’ illusione è destinato a diventare «verissima pazzia», quale luogo della noia che prelude al solipsismo. Il carattere propriamente matematico della ragione rende non solo la felicità impossibile, ma anche la possibilità di minore infelicità, in quanto essa mostra senza riserve la nullità di quelle cose entro cui l’ uomo cerca l’ appagamento dei suoi desideri. Per dirla con le parole di Leopardi, «Pare un assurdo, e pure è esattamente vero che tutto il reale essendo un nulla, non v’ è altro reale né altro di sostanza al mondo che le illusioni». Assolutamente necessaria per l’ esistenza umana, l’ illusione produce l’ eternità, ovvero l’ inganno di eternità

Così, dell’ uomo ignara e dell’ etadi
Ch’ ei chiama antiche, e del seguir che fanno
Dopo gli avi i nepoti,
sta natura ognor verde, anzi procede
per sì lungo cammino
che sembra star. Caggiono i regni intanto,
passan genti e linguaggi: ella nol vede:
e l’ uom d’ eternità s’ arroga il vanto.

Il vanto di eternità in cui l’ uomo si immerge sfocia in vanto della volontà di potenza, distrutta e vanificata a sua volta dalla visione del nulla; le generazioni si succedono le une alle altre nella più completa indifferenza di natura e cosmo, i quali assistono imperturbabili allo spettacolo che trova la propria scena sulla terra degli uomini che, a loro volta, persistono nella conduzione delle loro quotidiane attività come se la morte non esistesse affatto. L’ illusione possiede infatti quella forza straordinaria di permanere nonostante l’ imporsi della verità, il cui effetto perdura anche dopo aver svelato il proprio carattere fittizio. Ed è proprio la forza dell’ illusione a permettere alla ginestra di rifiorire sempre e nuovamente senza mai perdere nulla della sua bellezza, simboleggiando nell’ immaginario poetico di Leopardi la capacità di mantenersi in vita dell’ illusione salvifica vincendo sulle forze distruttive e sulla morte che la minacciano

di Alba Rosa Gesualdo [Visita la sua tesi »] [Leggi i suoi articoli »]

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