Dal Quaderno di Dino Campana: versi tra D'Annunzio, Pascoli e Baudelaire

Le liriche presenti nel Quaderno hanno una datazione piuttosto varia ed ampia. Possiamo far risalire la data di inizio dell’opera al 1909-10, quando Campana era pressappoco ventenne, e la data di chiusura va ricondotta al 1913. Non può essere escluso però, che alcune liriche, o parte di esse, siano addirittura state composte in precedenza, forse già nel 1906.
Molto curiosa è la storia editoriale di Q: sul finire degli anni ’30 e l’inizio degli anni ’40 Manlio Campana, fratello di Dino, consegnò ad Enrico Falqui il prezioso manoscritto.
Falqui, dal canto suo, lo studiò approfonditamente, curandone la pubblicazione degli Inediti per Vallecchi, uscita nel 1942. Da questo momento, ogni traccia del manoscritto svanisce, negandoci la possibilità di poter accedere ad una fonte preziosissima di informazioni, che avrebbe permesso, negli anni, di approfondire la nostra conoscenza di Campana e forse di capire meglio il suo modus operandi. Nel 1973, Falqui, sempre per Vallecchi, pubblica l’opera omnia di Dino Campana, con il titolo Campana – Opere e contributi. L’ultimo studio recente sul Q viene effettuato da Silvano Salvadori, sul finire del 2011.
Queste le basi da cui far partire la ricerca, che non potrà esaurirsi su interpretazioni personali, ma che tenterà di tracciare un quadro più completo. Per i testi ci atterremo alla pubblicazione di Falqui del ’73, il commento e i confronti sono basati su conoscenze e ricerche persona

Il tempo miserabile consumi
Il tempo miserabile consumi
Me, la mia gioia e tutta la speranza
Venga la morte pallida e mi dica
Pártiti figlio. Un dopopranzo, sdraiato sull’erba
Pieno di cibi e di languore, anch’io
Alla donna insaziata e battagliera,
E ben lontana,
Avrei fatto dei versi deliziosi:
Mi rose e avvelenò fin dall’infanzia
Una cucina perfida e nefanda
Il gusto fine.
La morte magra e seria ha nella voce
Un’armonia che pure io gusto tutta
Ma il mondo grasso l’ha scomunicata
E la disprezza
I ricchi son potenti al giorno d’oggi
Fanno le leggi e decretan la fame
Ai poveretti che cercan nel mondo
Un ideale
L’ideale emaciato e affievolito
Va con occhi infantili ed incosciente
Vende […]
Pei lupanari
Per non toccarlo s’alzan la sottana
Le donne. I bruti ànno violato l’ora
Sacra che passa e che darà un domani
Fulgido enorme
I frenetici i pazzi su dal suolo
Nascono come funghi dopo pioggia
E ai loro tuoni di teatro buffo
Rispondono profondi
I gravi rospi e le ranocchie tenere
In melopea, dal lume della luna
Madreperlacea sopra la putredine
Inebriati
O Morte o morte vecchio capitano
Ischeletrito stendi le falcate
Braccia e portami in stretta disperata
Verso le stelle
O muto e cieco reduce, tra il marmo
Delle tue braccia suoni la mia testa
Elettrizzata esausta come corda
Che si dirompe.


Vv. 1-9 : La poesia inizia con una riflessione amara sul tempo e su come questo abbia il potere di consumare gioie e speranze, al punto che l’invocazione della morte, umanizzata e femminilizzata attraverso l’uso dell’aggettivo “pallida”, sembra l’unica soluzione alleviatrice. Si passa poi sul piano del sogno, di una giornata trascorsa tra cibi e languori rivolti a una donna lontana, insaziata e insaziabile.
Vv. 10-19 : Il gusto del poeta non ha conosciuto sapori raffinati, bensì aspri. Si può cogliere di certo, in questi versi, il parallelismo stabilito tra la mente del poeta e la propria capacità gustativa: ciò che sembra suggerirci è una tremenda ammissione, ovvero che, sin dall’infanzia, la sua mente fu rovinata da sapori nefandi. Così la morte è una cara compagna, disprezzata dal mondo, fatto di poteri borghesi che decretano la miseria di chi cerca un ideale diverso. Il poeta, al contrario, della morte è il primo innamorato.
Vv. 20-29 : L’ideale avvilito è personificato nel poeta, che, smarrito nei vicoli più bui, vende se stesso e il suo amore alle meretrici, che scostano le loro vesti per non toccarlo.
I meschini (forse si rivolge alla borghesia) hanno violato la sacralità dell’ora che regala un nuovo domani, ossia la mezzanotte.
Vv. 30-44 : I pazzi, eroici e visionari, vengono fuori proprio in quegli istanti, dopo un temporale… e ai loro versi rispondono direttamente i suoni della natura: il gracidare delle rane, la dolce sinfonia del paesaggio, la luce lunare, così pallida, sopra la miseria umana. Proprio quel pallore rievoca la morte che, come un buon capitano, traghetta le anime verso la notte stellata. La mente del poeta è scossa, come quella di Caco tra le braccia di Ercole; questa immagine è certamente ripresa dalla statua di Baccio Bandinelli, raffigurante Ercole e Caco, posta in Piazza della Signoria, a Firenze.
La lirica è caratterizzata da una forte sonorizzazione dei versi ed alterna toni decadenti, satirici, grotteschi ed epici.

Confronti

D’Annunzio – la lirica campaniana rimanda alla prima parte della Laus Vitae, i vv. 64-74 parlano infatti l’anima del poeta che è

Pregna di veleno
o di balsamo, torta
nelle sue spire
possenti o tesa
come un arco, dietro la porta
angusta o sul limitare
dell’immensa foresta…


Come per Campana, la mente del poeta è percossa, avvelenata, avvolta da spire o da possenti braccia, pronta a balenare verso l’infinita foresta, o le infinite stelle.

Pascoli - Nelle Myricae, la lirica I due fuchi è una critica ironica a chi accusa i poeti di svolgere un’attività inutile.

Tu, poeta, nel torbido universo
T’affisi, tu per noi lo cogli e chiudi
In lucida parola e dolce verso:
si ch’opera è di te ciò che l’uom sente
tra l’ombre vane, tra gli spettri nudi.
Or qual n’hai grazia tu presso la gente?
Due fuchi udii ronzare sotto un moro.
Fanno queste api quel lor miele (il primo
Diceva) e niente più: beate loro!
E l’altro: E poi fa afa: troppo timo!


È lo stesso mondo di Campana, fatto di pazzi e poeti che sono malvisti dai “bruti che anno violato l’ora sacra”. La lirica campaniana e quella di Pascoli presentano, come ulteriore tratto comune, alcuni giochi fonetici, tanto cari ai due poeti.

Baudelaire – L’aggettivo “insaziata” utilizzato al v.6 richiama alla mente il titolo della celebre lirica Sed non satiata de I Fiori del male, poi ripreso anche da d’Annunzio in Sed non satiatus, che trasferì la carica sensuale dalla figura femminile e quella maschile, impersonata dal vate stesso . I versi 9-11 della riprendono senza dubbi Benedizione:

Fin nel pane e nel vino che avvicina alla bocca
Sputi e cenere intridono nelle più sozze forme;


Ricordiamo che il testo di Baudelaire cominciò a circolare in Italia nel 1893, grazie alla traduzione di Roberto Sonzogno e che Campana sicuramente ne entrò in possesso. Le analogie tra i due lirici sono molteplici, come vedremo più avanti.
Da segnalare che l’utilizzo di un termine particolare come “lupanari” è di chiara ispirazione baudelairiana: infatti nella lirica Le due buone sorelle de I fiori del male, al v.7 appare proprio il vocabolo “lupanars”.

Tratto dalla tesi di Giorgio De Angelis
Leggi la tesi Dino Campana: un laboratorio nel Quaderno

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