La critica marxista

A partire dal dopoguerra e durante tutto il Novecento anche in relazione all’influsso del Partito comunista sovietico si afferma nella storia della critica letteraria una corrente definita marxista perché direttamente legata al pensiero di Karl Max (1818-1883) che vedeva nei testi letterari l’espressione di forze storicamente definibili, ovvero, emergenti dall’analisi della struttura economico-sociale di un determinato ambiente in un periodo temporalmente ben definito.
L’analisi di Karl Marx, e in parallelo di Friedrich Engels (1820-1895), si focalizza principalmente sul romanzo moderno quale rappresentazione della mentalità borghese, dei suoi idoli – denaro, merce ecc. – e delle forze che, nel suo tessuto sociale, si scontrano. Le tensioni maggiori del capitalismo si trovano descritte realisticamente nei più importanti romanzi moderni, come per esempio in quelli del francese Balzac.

La questione di un’arte che rappresentasse realisticamente le forze agenti all’interno della società emerge dalla corrispondenza tra i due autori che estremizzano il concetto di mimesis aristotelica come necessaria raffigurazione delle sole forze sovraindividuali e legate al condizionamento storico. Marx e Engels, tuttavia, ammettevano la possibilità che l’opera letteraria contrastasse l’ideologia comunista e che l’autore sperimentasse la propria individualità artistica, poiché, come nel caso di Balzac ritenuto fortemente reazionario, la rappresentazione delle forze progressiste agenti in qualsiasi epoca poteva avvenire anche indirettamente.
In questa direzione la critica marxista si sviluppa lungo due direzioni: da un lato quella fortemente ideologizzata e dall’altra quella che ammette la libertà dell’artista. Una vera elaborazione teorica si attua quando negli anni venti del Novecento gli intellettuali sovietici iniziano ad interrogarsi sulla funzione dell’arte in ambito rivoluzionario. Imprescindibili in tal senso saranno le opere di György Lukács (1885-1971) e Walter Benjamin (1892-1940), il primo fortemente avverso allo sperimentalismo mentre il secondo più aperto ad interpretazioni eterodosse del marxismo. Lukács imporrà la propria elaborazione teorica sino agli anni cinquanta del Novecento evidenziando la necessità di stabilire le basi materiali della creazione artistica parallelamente al problema di trovare una funzione politica all’arte.

La reazione degli intellettuali occidentali fu spesso poco incline a vedere la propria arte e la propria creatività limitate: in tal senso si muovono la critica di Adorno – approfondiremo la sua posizione nell’ambito della critica sociologica – e di Bartol Brecht (1898-1956) il quale parla degli scrittori come “funzionari” in una definizione che non li vede asserviti al regime, ma valuta il loro impatto nel sociale. In Francia, invece, la risposta a questi indirizzi si deve alle posizioni di Jean Paul Sartre (1905-1980) che esamina la situazione storica e psicologica dell’autore – a questo tipo di indagine si deve la semplificazione di “esistenzialista” – alla luce del “progetto” per il futuro identificabile, a suo avviso, nell’impegno per la libertà riscontrabile nell’opera letteraria.

In Italia invece figura di spico è quella di Antonio Gramsci (1891-1937), intellettuale e politico comunista, per ovvie ragioni avversato dal fascismo, che oltre a distinguere tra giudizio politico e letterario ci tiene a sottolineare la necessità di direzionare non le opere letterarie ma la politica culturale, ovvero gruppi di intellettuali che legati organicamente alla società possano far crescere in essa la consapevolezza rivoluzionaria. In virtù di questo principio di base la sua critica si mosse soprattutto verso la cultura “nazional-popolare” e verso quegli autori che permettevano una riflessione sulla società borghese nell’epoca moderna (Machiavelli e Manzoni, per esempio).

Dopo la caduta del fascismo tutte quelle forze oppositrici al regime convogliarono le proprie energie politico-letterarie su più fronti: giornali, case editrici e riviste vedono impianti fortemente ideologizzati e intellettuali legati al Partito Comunista.
Importante laboratorio culturale di orientamento progressita e di sinistra fu la casa editrice Einaudi che annoverò tra i suoi progetti la nascita della rivista «Il Politecnico» ad opera di Elio Vittorini che proponeva la creazione di un nuovo tessuto culturale senza la preclusione di ideologie nette, una forma di letteratura sperimentale e nuova che rappresentasse i cambiamenti della società italiana. Sempre sul fronte delle riviste bisogna distinguere quelle aderenti in modo ufficiale all’ideologia marxista, come per esempio «Società» e «Rinascita», in opposizione alla pasoliniana «Officina» (1955) di natura fortemente sperimentale e innovatrice, critica verso i movimenti coevi. In ambito progressista la spinta maggiore fu data, invece, nel 1963 dalla formazione del “Gruppo 63” – a Palermo – animato da intellettuali quali Sanguineti, Eco e Barilli di formzione non necessariamente marxista ma propensi a rinnigorire la teorizzazione critica italiana secondo un modello definito di neoavanguardia.

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