Pietro De Viola, Alice senza niente, Terre di mezzo editore, 2011.

Cercare un lavoro, un qualsiasi lavoro, che duri più di una giornata di volantinaggio: questa la missione quotidiana di Alice. Trentenne laureata a pieni voti con esperienza nel sociale, non riesce ad entrare nel famigerato mondo del lavoro che per brevi periodi. Ricerche disparate scandiscono le sue giornate: currricula tutti uguali, lettere motivazionali tutte uguali, colloqui tutti uguali. È incessante e capillare la sua fame di un impiego. Vive con Riccardo il suo fidanzato che mantiene entrambi con improbabili lezioni di chitarra il cui tempo è scandito da citazioni di wikipedia e improvvisazioni dell’ultimo minuto. Un monolocale, yogurt tutte le sere e qualche cena fuori casa grazie ad inaspettati vernissage.
Alice è senza niente perché non ha neppure i tanti agognati 1000 della generazione che rappresenta: invidia i bamboccioni, lei che non può esserlo tanto da vedere in due euro solo la possibilità di acquistare un pacco di cracker, un succo di frutta e quattro wusterl.
È una donna che non può preoccuparsi di essere tale, persa com’è nel bisogno primario di lavorare per vivere. E quest’assenza di possibilità prosciuga ogni suo valore ogni sua speranza: cinica, irriverente, piegata alle necessità ha come unico compimento della propria vita interiore il rapporto con Ric che riesce, ancora e incredibilmente, a salvarla.
Un ammiccamento al lettore la storia d’amore tra i due? Forse, però dobbiamo riconoscerlo, perfettamente funzionale. Come funzionale è la fine del romanzo oltre la quale c’è la vita vera, la quotidianità vera, la rabbia vera.


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di Carmela Pierini [Leggi i suoi articoli »]

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