Yasmina Reza, Il dio del massacro, Adelphi, 2011.

Due coppie, due figli, una stanza e un po’ di borghese perbenismo.
Due famiglie si incontrano perché un ragazzino ne ha picchiato un altro con un bastone: obbligatoriamente gentili al limite del parossismo discutono di come affrontare l’avvenimento. Una chiacchierata formale condita da qualche telefonata di troppo, correzioni terminologiche e un claufotis molto gustoso.
L’incontro dipana gli argomenti di ogni personaggio concatenati in un dialogo tagliente e serrato che pian piano lascia intravvedere al di là della cortina di tolleranza, apertura mentale e pedagogia illuminata il sotterraneo governo del dieu du carnage - il dio del massacro.
«Questi trattano tuo figlio da carnefice, e tu non fai una piega! Veniamo qui per sistemare le cose e questi ci insultano, ci strapazzano, e ci fanno lezioni di cittadinanza planetaria, nostro figlio ha fatto bene a riempire di botte il vostro, e con i vostri diritti dell’uomo mi ci pulisco il culo!».
Gli argini si rompono e il vero volto, l’umanità media, straripa nelle parole di Alain, Annette, Véronique e Michel: ogni parola, ogni sfumatura, ogni inadeguato sentimento di rabbia o intolleranza diventa, allora, semplicemente il nostro.

di Carmela Pierini [Leggi i suoi articoli »]

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