Alda Merini: fuori e dentro la poesia

Il corpo inteso come spazio entro cui muoversi, l’amore in tutte le sue forme, persino quelle al limite del borghese buonsenso, l’elevazione e la caduta nella realtà fattuale: ecco alcuni dei temi che emergono dalla lettura dei testi poetici di Alda Merini.
Nata il 21 marzo del 1931 “insieme alla primavera” come amava dire, Alda Merini frequenta scuole professionali dedicandosi contemporaneamente allo studio del pianoforte, strumento che assume i contorni del mito della musica. Inizia a scrivere poesie dall’età di 15 anni tanto da destare l’interesse di Giacinto Spagnoletti, professore universitario e già critico letterario, che pubblica nel 1950 all’interno dell’Antologia della poesia italiana contemporanea due liriche della poetessa appena diciassettenne.
Primo volume pubblicato fu La presenza di Orfeo dell’editore Schawarz: raccolta di componimenti dedicati agli amici che da sempre la sostenevano, il volume è edito successivamente ad un primo ricovero di breve durata della poetessa.
A partire dalla seconda raccolta dal titolo Paura di Dio (Scheiweiller) la tensione mistica della Merini si fa persistente. Maria Corti, all’interno del volume einaudiano Fiori di poesia così ne parla: «la costante situazione erotica della Merini e il suo misticismo sembrano quasi illustrare una inconsapevole vocazione manichea dell’autrice».
Tali elementi oppositivi si ravvisano anche nelle raccolte successive, come si evince per esempio, nelle liriche di Tu sei Pietro il cui titolo, quasi in ossimoro, lega il biblico al reale, la santità alla contingenza. Questa raccolta del 1961 è l’ultima prima di venti lunghi anni d’internamento nel manicomio Pini, anni in cui la scrittrice redige numerosissimi testi tuttora inediti conservati pressi il Fondo Manoscritti di Pavia, verso i quali i mancati tentativi di edizione si devono imputare alla difficoltà di operare una scelta verso componimenti redatti tra lucidità e sensazioni indotte da farmaci.
L’internamento, come è lecito immaginare, è seguito da un periodo di difficile ripresa di contatti con il mondo esterno, inasprito dalla solitudine in cui la poetessa piomba dopo la morte del marito Ettore Carniti. In questi anni di solitudine l’amicizia telefonica nata con Michele Pierri, sposato nel 1983, medico e poeta, la porta a trasferirsi da Milano, sua città natale a Taranto, dove si incanta dei lunghi viaggi in treno e dei paesaggi che scorrono attraverso i vetri dei vagoni.
L’esperienza prosastica si affianca a quella poetica: ingente la produzione degli anni ’90 periodo felice anche in seguito alla vittoria con la raccolta Ballate non pagate del Premio Viareggio per la poesia (1996). Si avverte nelle parole di queste ballate un senso di inutilità, di inopportuna definizione del lavoro del poeta all’interno delle dinamiche sociali e umane: un tema, quello dell’impegno poetico e del suo rapporto con il mondo circostante, oggi fortemente dibattuto in sede accademica.
Bisogna attendere il 1998 per scoprire un quanto mai sperimentale ritorno alla tradizione orale: ne La volpe e il sipario si assiste ad una poesia nata di getto e trascritta da altri. Mentre i poeti a lei contemporanei si dilettano in serate di lettura e presentazioni letterarie – non dimentichiamo che la poetessa non disdegnerà d’altro canto il mezzo televisivo - Alda Merini riscopre l’antico poetare degli aedi attraverso l’incatenarsi di più livelli formali e clausole ripetute. L’uso dell’oralità da questo momento in poi persiste e numerose sono le testimonianze, come quelle del piccolo editore Acquaviva, dei testi declamati e necessari di trascrizione.

di Carmela Pierini [Leggi i suoi articoli »]

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