Sahar Delijani, L'albero dei fiori viola, Rizzoli 2013

All'ombra ed al profumo dei fiori viola dell'albero di jacaranda, fra gli anni '80 e la prima decade del duemila, tra Teheran e Torino, si svolgono le vicende di Azar, Neda, Maman Zinat, Omir, Sara, Forugh e Dante che, attraverso una serie di flashback tra presente e passato, in un linguaggio fluido e una narrazione intensa, ci consentono di scoprire cosa accadeva nelle prigioni arabe durante la dittatura dei primi anni '80 e descrivono l'angoscia dei parenti dei detenuti, tra le mura domestiche.
Abituati a guardare con il distacco del tempo e persino geografico, tragedie che la televisione e la stampa ci narrano, la Delijani, nata ella stessa in una prigione, quella di Evin, fa scivolare quel chador che copre il non detto e il "lontano da noi" quello che, appunto, la Storia scritta dagli uomini sovente ci nega: la verità quotidiana nelle carceri, il passato e il quotidiano di giovani che hanno lottato per la libertà del proprio Paese finendo la propria vita con un'esecuzione sommaria e il corpo occultato nell'anonimato delle fosse comuni. La Storia descrive gli accadimenti ma non racconta la vita di chi la fa: i popoli, le folle, gli individui, il singolo.
Non solo dei sentimenti e delle paure dei detenuti delle carceri ci parla la Delijani. Tra le angosce sul futuro nutrite dai carcerati, troviamo anche quelle dei parenti di costoro, costretti a vivere nell'intimità delle mura domestiche, tra coprifuoco e bombardamenti, l'ambivalente e altalenante sentimento di paura e speranza per se stessi ed figli, padri, sorelle e madri in prigione, paura e speranza per un futuro ignoto e libero per il quale la loro generazione lotta.
Se all'inizio sembra difficile prendere le fila dei legami familiari, tra presente e flashback, cercando di ricordare nomi molto lontani dai suoni della cultura occidentale, alla fine del libro, si finisce col rendersi conto che in qualsiasi luogo si nasca, qualunque sia la nostra religione, i giovani saranno sempre e comunque giovani, con i propri ideali, amori e passioni, ciò che unisce tutti, indipendentemente dalle tradizioni culturali è il senso di Libertà e la volontà di combattere per ottenerla.
Per quanto romanzata possa essere la verità storica narrata dalla Delijani, le va il merito di lasciare questo sentimento nel lettore una volta chiuso il libro: siamo tutti uguali, in fondo, e ciò che ci unisce è il diritto e la lotta alla Libertà, l'amore che gli individui provano l'uno per l'altro.
Prima di essere cristiani, musulmani, italiani o arabi: siamo prima di tutto, imprescindibilmente, esseri umani.

di Ornella Lodin [Visita la sua tesi »] [Leggi i suoi articoli »]

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